Furti d’auto, ecco le dritte per non farsi “fregare” la macchina

Per molti italiani la macchina è un oggetto di grande valore, da trattare con la massima cura. Eppure, c’è sempre un pericolo in agguato: il furto. E oggi più che mai l’allerta è alta, perché dopo 5 anni di costante, graduale calo, il numero dei furti d’auto nel nostro Paese è ritornato a crescere. Secondo i primi dati elaborati dal Ministero dell’Interno, nel 2018 sono stati 105.239 gli autoveicoli sottratti, +5,2% rispetto ai 99.987 registrati nel 2017. Un dato preoccupante, specie se si considera che la percentuale di auto rubate ritrovate si attesta solo al 40%.

I consigli degli esperti

Per mettere al sicuro la propria quattroruote, specie di questi tempi dove le nuove modalità hi-tech consentono di forzare un’auto e metterla in moto anche in meno di 60 secondi, arrivano i consigli degli esperti di LoJack, realtà specializzata nel rilevamento e recupero di auto rubate. Pronto quindi il decalogo, particolarmente utile quando si entra nel clima vacanziero e si rischia di essere più distratti del solito. Il vademecum prevede indicazione che solo in apparenza possono sembrare banali e suggerimenti per contrastare le nuove modalità hi-tech di sottrazione.

In moto e al parcheggio

Ecco le principali dritte. Non lasciare l’auto accesa e con le chiavi inserite, nemmeno per pochi secondi (come quando si è in doppia fila); anche se fa caldo, prima di lasciare l’auto chiudere sempre i finestrini e il tettuccio: ai ladri esperti servono solo pochi centimetri per fare il colpaccio. Non lasciare l’auto di notte in parcheggi isolati o incustoditi. Anche se, soprattutto nel periodo estivo, non si usa quotidianamente l’auto, verificare ogni giorno che sia parcheggiata nel punto in cui è stata lasciata. Denunciare subito l’eventuale furto aumenta la possibilità di ritrovare la vettura, specie se questa è dotata di un dispositivo di rilevamento hi-tech. E’ utile osservare con attenzione il luogo in cui si parcheggia: se per terra ci sono frammenti di vetro, è sego che l’area è a rischio furto o vandalismo. Non parcheggiare sempre nello stesso posto, le abitudini danno modo al ladro di organizzare al meglio il furto.

Attenzione alle truffe

Sempre più spesso i ladri utilizzano un escamotage come un finto incidente (con la tecnica dello specchietto, il lancio di piccole pietre sul fianco dell’auto o ancora un lieve tamponamento) per costringere i guidatori (soprattutto donne e anziani) a fermarsi, scendere dall’auto e sottrargliela. In autostrada quando si sosta all’autogrill o quando si parcheggia in un centro commerciale  e si chiude la vettura a distanza tramite una smart key, controllare sempre manualmente l’avvenuta chiusura delle portiere. Un ladro, appostato nelle vicinanze, potrebbe aver disturbato il segnale con un jammer per poi entrare indisturbato nel veicolo.

Sì alla protezione

Per mettersi al riparo da questo genere di furti, è utile installare sulla propria vettura  un sistema di antifurto. Ancora, si consiglia di proteggere la chiave della macchina, custodendola in un “card protector” che ne impedisca la clonazione o che blocchi la sempre più diffusa modalità di furto hi-tech “relay attack”, con la quale i ladri, utilizzando ripetitori in radiofrequenza, riescono a riprodurre la comunicazione tra l’auto e la sua chiave.

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Contraffazione, ogni anno in Italia bruciati 10,5 miliardi

Le perdite annuali dovute alla contraffazione e alla pirateria in 11 settori economici chiave per l’Ue ammontano a 60 miliardi di euro l’anno. Dato che i produttori legittimi producono meno di quanto avrebbero fatto in assenza di contraffazione, offrendo quindi lavoro a meno manodopera, un’analisi dell’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (Euipo) stima che nei settori interessati, in tutta l’Ue, le perdite dirette arrivino fino a 468 000 posti di lavoro. E la stessa analisi riporta che oltre un sesto delle perdite complessive è subito all’Italia, che vede bruciati dalla contraffazione 10,5 miliardi di euro ogni anno, pari al 10,1% delle vendite negli 11 settori. e a 174 euro per cittadino italiano ogni anno.

Dalla musica ai giocattoli fino agli alcolici: i settori più contraffatti della Ue

Quella pubblicata dall’Euipo è la seconda valutazione settoriale dell’impatto economico della contraffazione e della pirateria in settori economici chiave, noti per essere vulnerabili alle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale. In particolare, si tratta dei settori relativi a cosmetici e igiene personale, abbigliamento, calzature e accessori, articoli sportivi, giocattoli e giochi, gioielleria e orologi, borse e valigie, musica registrata, alcolici e vini, prodotti farmaceutici, pesticidi e smartphon. Che sono costretti a rinunciare complessivamente al 7,4 % di tutte le loro vendite, riferisce Askanews.

Abbigliamento, calzature e accessori in Italia perdono il 13,7 % delle vendite

Dalla prima analisi di Euipo (2018) il volume delle vendite perse è diminuito a livello dell’Ue in tutti i settori esaminati tranne due, abbigliamento, calzature e accessori, e cosmetici e igiene personale. Il settore dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori è il più grande in termini di volume delle vendite e di occupazione. Secondo le stime, in tutta l’Ue, il settore ha perso vendite pari a circa 28,4 miliardi di euro ogni anno, ovvero il 9,7% delle vendite complessive.

Mentre in Italia, le vendite perse nel settore dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori dovute alla contraffazione, sono stimate a circa 6,4 miliardi di euro all’anno, pari a circa il 13,7 % delle vendite.

Cosmetici e dell’igiene personale, stimati 7 miliardi di perdite

Nell’Unione la presenza sul mercato di merci contraffatte porta a una perdita stimata di 7 miliardi di euro per il settore dei cosmetici e dell’igiene personale. Ciò equivale al 10,6 % di tutte le vendite nel settore. In Italia, la perdita stimata per il settore dei cosmetici e dell’igiene personale è di 710 milioni di euro, pari al 9 % di tutte le vendite nel settore.

“L’Europa dipende da settori industriali come questi per la crescita e la creazione di posti di lavoro – commenta il direttore esecutivo di Euipo, Christian Archambeau – e la nostra attività di ricerca mostra come la contraffazione e la pirateria mettano a rischio la crescita e l’occupazione in tutta l’Unione Europea”.

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Virus Total include Yomi, la tecnologia italiana di Yoroi

La piattaforma di analisi malware di Google, Virus Total, include tra le sue funzionalità Yomi, la tecnologia italiana sviluppata da Yoroi, che consente la rilevazione e la gestione in sicurezza di malware informatici. Yomi è in grado di condurre un’analisi multilivello (statica, dinamica e comportamentale) sui software malevoli, e aiuta gli analisti a comprendere la dinamica dell’esecuzione del codice dannoso, risparmiando tempo e denaro.

Yomi consente a VirusTotal ad avere fino a sette sandbox integrati, oltre alle sandbox proprie di Virus Total per Windows, MacOS e Android.

La piattaforma è progettata secondo i principi della gamification, cioè come un gioco e un concorso a premi a cui tutti possono partecipare per finire nella hall of fame dei Cacciatori di virus.

Analizzare una grande varietà di tipi di file anche nei formati compressi

Yomi è in grado di “digerire” e detonare nel proprio sandbox documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script senza alcun pericolo. La detonazione avviene in maniera controllata, registrando il comportamento di ogni file potenzialmente dannoso dentro un ambiente personalizzato, progettato per sconfiggere le tecniche di evasione più avanzate. Tra le altre caratteristiche della piattaforma ci sono anche quelle di poter analizzare una grande varietà di tipi di file, “compresi i pericoli che preoccupano di più gli utenti comuni e che derivano dal trattamento di documenti Pdf, Office, Powerpoint, Word o Excel, anche nei formati compressi – sottolinea Marco Ramilli di Yoroi – e di ispezionare gli indirizzi e i domini di rete”.

Oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno

Yomi presenta inoltre funzionalità di analisi SSL per consentire ai cacciatori di malware di riconoscere le minacce nascoste che sfruttano la protezione crittografica, e permette di condividere con la comunità le proprie scoperte, rendendo possibile decidere di richiedere report privati per i campioni analizzati. I malware, riporta Askanews, rappresentano potenti strumento per il cyber crime in tutto il mondo. E con oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno sono uno dei principali tipi di minaccia che aziende e organizzazioni affrontano ogni giorno per gestire la propria attività con grande impegno di tempo, risorse e denaro, mettendo a rischio la propria reputazione e gli asset dei loro clienti.

I malware hanno sviluppato la capacità di eludere ogni rilevamento

Le minacce malware hanno sviluppato in questi anni la capacità di eludere ogni rilevamento, scavalcando le barriere di sicurezza e rimanendo in silenzio fino a scatenare il loro potenziale malevolo. In questo modo consentono ad hacker, cyber-criminali e spie di rubare segreti, dati, beni digitali e denaro compromettendo processi aziendali. E quando colpiscono le infrastrutture critiche mettono a rischio persino vite umane. Il motivo? Poterne trarre profitto, ma anche solo per divertimento.

 

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La mobilità elettrica raddoppia in Italia

Dalle circa 5.000 unità del 2017 alle circa 10.000 del 2018, nell’ultimo anno in Italia le vendite dei veicoli elettrici e ibridi sono raddoppiate: una crescita che fa ben sperare per il futuro. E come rileva il Rapporto di Fondazione Symbola in collaborazione con Enel X, negli ultimi due anni si è assistito anche a un maggior interesse per il tema dell’infrastrutturazione della rete di ricarica.

“La mobilità elettrica avrà un ruolo fondamentale per la progressiva decarbonizzazione della nostra economia. I benefici non sono solamente ambientali – spiega Francesco Starace, AD e Direttore Generale di Enel – la mobilità elettrica può rappresentare un’opportunità di sviluppo da cogliere per l’intero Paese”.

Nel mondo sono 5,3 milioni i veicoli elettrici per passeggeri o merci

Anche nel mondo la diffusione di auto elettriche cresce rapidamente. Attualmente ci sono 5,3 milioni di veicoli elettrici per passeggeri o merci (1,5 milioni nel 2016), di cui 2 milioni in Cina (+150% nel 2018 rispetto al 2017 ), e 1 milione negli Stati Uniti (+100% nell’ultimo anno). In Europa il primato è della Norvegia, dove circolano 250.000 auto elettriche a fronte di soli 5 milioni di abitanti. La crescita del mercato ha interessato però anche il settore della mobilità pubblica. Oggi circa il 20% delle flotte di bus a livello globale sono elettriche, con le città cinesi leader di questo trend, che rappresentano il 99% dello stock mondiale, riporta Askanews.

“Dotare il Paese di una rete di ricarica capillare”

Si stima che a oggi siano presenti sul territorio oltre 8.300 punti di ricarica pubblici. E a fine marzo è stato raggiunto un traguardo importante, con circa 5.700 nuovi punti di ricarica installati in tutta Italia. “Ci siamo posti l’obiettivo di dotare il Paese di una rete di ricarica capillare che permetta a chi guida un veicolo elettrico di percorrere l’Italia dalla Valle D’Aosta alla Sicilia senza paura di rimanere a piedi – afferma Francesco Venturini, Responsabile di Enel X -. Il nostro obiettivo è quello di installare circa 28.000 punti di ricarica al 2022, con un investimento complessivo fino a 300 milioni di euro”.

Nei prossimi 5-10 anni investimenti globali per circa 300 miliardi di dollari

L’ultimo Salone dell’automobile di Ginevra ha reso l’idea della quantità di modelli e soluzioni di mobilità sostenibile a zero emissioni. Secondo una ricerca di Reuters, evidenzia lo studio, gli investimenti a livello globale annunciati dalle case automobilistiche sui veicoli elettrici nei prossimi 5-10 anni ammonteranno a circa 300 miliardi di dollari. Quasi nessuna casa automobilistica manca all’appello, tutti i maggiori player mondiali stanno investendo nell’elettrico.

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Welfare aziendale, quando il programma è di successo

Sono quasi raddoppiate nel tempo record di tre anni le imprese che hanno iniziative di welfare aziendale. Lo mette in luce il Rapporto 2019 – Welfare Index Pmi, promosso da Generali Italia con la partecipazione delle maggiori confederazioni italiane (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni), che per il quarto anno ha analizzato il livello di welfare in 4.561 piccole medie imprese italiane. Se nel 2016 erano il 25,5%, nel 2018 sono salite alla quota di 45,9% le Pmi italiane attive con programmi di welfare.

Si allarga l’ambito delle iniziative

Welfare Index Pmi ha monitorato le iniziative di welfare delle imprese, di tutti i settori produttivi e di tutte le classi dimensionali in 12 aree: previdenza integrativa, sanità integrativa, servizi di assistenza, polizze assicurative, conciliazione vita-lavoro, sostegno economico, formazione, sostegno all’istruzione di figli e familiari, cultura e tempo libero, sostegno ai soggetti deboli, sicurezza e prevenzione, welfare allargato al territorio e alle comunità. Un sondaggio davvero amplio e completo, che mette in luce anche quanto le imprese abbiano incrementato l’ampiezza e la “portata” delle iniziative di welfare adottate rispetto alle 12 aree identificate dalla ricerca. Come riporta AdnKronos, “Le imprese attive, cioè con iniziative in almeno 4 aree, nel 2016 erano il 25,5%; in soli tre anni sono raddoppiate, raggiungendo il 45,9%. Ancor più significativa è la crescita delle imprese molto attive, cioè con iniziative in almeno 6 aree: sono quasi triplicate, passando dal 7,2% nel 2016 al 19,6% nel 2019. Il vero salto è avvenuto nell’ultimo anno, con una crescita delle imprese molto attive dal 14,4% al 19,6% (+36%), segno del successo della normativa e dell’iniziativa Welfare Index Pmi che ha promosso la diffusione del welfare tra le piccole e medie imprese”.

Quando il welfare è vincente

In base alle risposte censite nel Rapporto, ci sono alcune caratteristiche che fanno sì che un programma di welfare sia più o meno di successo. E’ infatti vincente se è un progetto d’impresa che parte dall’ascolto delle esigenze dei dipendenti. Dal rapporto emerge infatti che i lavoratori più “soddisfatti” sono poi quelli che hanno un impatto positivo sulla produttività aziendale. “Gli imprenditori che attivano una strategia coerente e prolungata nel tempo, per il benessere e la soddisfazione dei lavoratori e delle loro famiglie, dichiarano di avere un impatto positivo sulla produttività e anche sulla comunità. Tra le aziende aumenta la consapevolezza che benessere sociale e risultati di business crescono di pari passo”.

Non solo dei big

Il welfare aziendale, sottolinea poi il Rapporto, non è uno strumento utilizzato esclusivamente dalle grandi imprese, anzi. Certo, le aziende “big” si confermano in una posizione di vantaggio, con una quota di imprese molto attive del 71%, ben superiore a tutti gli altri segmenti. Ma nelle imprese di piccola e media dimensione la crescita è stata particolarmente veloce, e in questi tre anni la quota delle molto attive è più che raddoppiata. Nelle microimprese (meno di 10 addetti): dal 6,8% nel 2017 all’attuale 12,2%. Nelle piccole imprese (10-50 addetti): dall’11% nel 2016 al 24,8% di oggi. Nelle medie imprese (51-250 addetti): dal 20,8% nel 2016 al 45,3% di oggi, con un aumento particolarmente sostenuto nell’ultimo anno.

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Gli occhi dicono se abbiamo “capito”

Un piccolo movimento involontario degli occhi indica l’apprendimento. I segnali inviati dagli occhi sono la chiave per decodificare se una persona “ha capito”, senza bisogno che lo esprima. Il ”segreto” della comprensione è stato svelato da un dispositivo che permette di misurare dove stiamo guardando, un eye tracker, utilizzato durante uno studio del Cimec, Centro mente cervello, di Rovereto, sotto la guida dell’Università di Trento. La ricerca, pubblicata sul Journal of Vision, apre nuovi scenari nello studio dell’apprendimento, soprattutto nelle persone che potrebbero avere difficoltà nel manifestare riscontri, come soggetti autistici, con deficit fisici, ma anche nei bambini molto piccoli.

Le immagini si osservano più velocemente se presentate nelle posizioni attese

”Abbiamo mostrato più volte ai volontari una serie di immagini a destra a sinistra del campo visivo secondo alcuni schemi identificabili e prevedibili – spiega Giuseppe Notaro, primo firmatario dell’articolo -. Abbiamo osservato la velocità con cui le persone guardavano le immagini seguendo degli schemi ben precisi che potevano essere appresi”, e le immagini presentate nelle posizioni attese venivano osservate più velocemente”. Sorprendentemente, quindi, la posizione degli occhi prima che l’immagine sia presentata indica proprio dove l’immagine sarebbe attesa. In altre parole, l’occhio si muove anticipando istintivamente il movimento verso il punto dove il soggetto si aspetta che compaia l’immagine successiva.

Piccoli segnali inconsapevoli

Questo piccolo movimento dell’occhio lascia dedurre che il cervello sappia prepararsi in anticipo una volta appresa un’informazione, e permette di catturare uno stato cognitivo prima ancora di ricevere dal soggetto una reazione consueta, come una risposta a voce, un gesto del capo o un clic su un pulsante.

“La presenza di questi segnali anticipatori ci dà la possibilità di misurare la capacità di attenzione o di apprendimento con maggiore precisione – aggiunge Uri Hasson, coordinatore della ricerca -. Sono segnali piccoli e che probabilmente vengono inviati senza consapevolezza da parte del soggetto, tuttavia sono molto affidabili”.

Interessanti scenari applicativi in ambito sanitario ed educativo

Un caso estremo della ricaduta di questi risultati si ha nelle persone le cui condizioni fisiche o mentali non consentono di prestare attenzione a stimoli e a rispondere. Come bambini molto piccoli, persone autistiche o affette da deficit invalidanti (ad esempio, il morbo di Parkinson).

Lo studio ha quindi il potenziale di aprire interessanti scenari applicativi, soprattutto in ambito sanitario ed educativo, per i soggetti con deficit di attenzione e di comunicazione. Ma non solo. I risultati riportano all’origine dei meccanismi di apprendimento. Un tema di studio che desta molto interesse anche in ambiti più vicini alla nostra vita quotidiana. Basti pensare ai grandi investimenti effettuati sul web e la pubblicità per indagare le nostre opinioni e i nostri comportamenti d’acquisto basandosi sui movimenti oculari.

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Il Made in Italy vince fra i lavori più cercati su LinkedIn nel 2018

L’ultima ricerca di LinkedIn offre uno spaccato degli ambiti professionali più ricercati nel nostro Paese e delle aspirazioni dei lavoratori. E dalla classifica dei dieci annunci di lavoro (Most Viewed Jobs) che nel 2018 hanno ricevuto più candidature da parte degli oltre 12 milioni di utenti italiani emerge come i giovani siano particolarmente attratti dai grandi brand del Made in Italy. In grado, secondo loro, di offrire ambienti di lavoro stimolanti e particolarmente formativi.

In particolare, al primo posto si piazza l’offerta di uno dei marchi italiani più famosi e rispettati nel mondo, la Ferrari, al secondo la Rai e al terzo BPER Banca.

Sul podio Ferrari, Rai e BPER Banca

Nel 2018 la Ferrari era alla ricerca di un giovane ambizioso da formare come Ingegnere Meccanico (Mechanical Engineering Internship), job post seguito dalla RAI, che tra maggio e giugno cercava aspiranti Impiegati e Assistenti ai Programmi, e in terza posizione, BPER Banca, alla ricerca di Profili Junior da inserire in organico.

Un gradino sotto al podio ancora la RAI, con la posizione per Internal Audit, seguita dalle Ferrovie dello Stato, ricercatissima per una posizione di Assistente direttore dei lavori, e da Esselunga, sempre per un assistente in ambito Risorse Umane (HR Assistant).

La moda è ancora uno degli ambiti di maggiore appeal

E anche nel 2018 Gucci torna in classifica con la ricerca di Events Assistant al settimo posto, a dimostrazione di come la moda sia ancora uno degli ambiti di maggiore appeal nel nostro Paese. Questa posizione è seguita da un altro annuncio della casa del cavallino rampante (Ferrari), che al ritorno delle vacanze estive era alla ricerca di un/a Retail Marketing Specialist. Chiudono la speciale classifica due posizioni per figure professionali più formate, con lo Studio Fuksas alla ricerca di un Architetto, e BMW (unico brand non italiano nella Top 10), alla ricerca di un Area Manager.

I giovani cercano lavoro nelle grandi aziende italiane

Le posizioni entry level dei primi 8 posti della classifica dimostrano l’interesse dei lavoratori più giovani per le grandi aziende del nostro Paese. Questo, a dispetto il trend delle preferenze negli ultimi anni si sia spostato verso brand internazionali. Una realtà confermata anche da tante altre posizioni aperte nelle parti più “basse” della classifica (Top 50), con i job post di marchi italiani di rilievo, come Intesa Sanpaolo (alla ricerca di un Business Analyst, al 17° posto), Campari (Assistant Brand Manager, 19° posto), Luxottica (Creative Team: Editorial Strategist, 24° posto), Eataly (Event & Communication Manager, 27° posto) e Ferrero, con una posizione aperta di Junior Brand Manager al 29° posto.

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Il futuro è senza medici, nel 2025 emergenza per pronto soccorso e pediatria

La fuga dei medici dagli ospedali italiani nel 2025 comporterà una carenza di 16.500 specialisti. Al top delle specialità più sofferenti ci sono Medicina d’emergenza-urgenza e Pediatria per cui le stime indicano un ammanco rispettivamente di 4.180 e 3.323 dottori.

A lanciare l’allarme è uno studio dell’Anaao Assomed, che punta il dito sia sulla mancanza di specialisti all’interno del Ssn, e sull’accelerazione del loro pensionamento. Secondo il sindacato medico italiano si tratta di una situazione che sta assumendo “i contorni di una vera emergenza nazionale, cui vanno posti correttivi rapidi e adeguati per evitare il collasso del sistema”.

La classifica delle specialità che resteranno scoperte

Incrociando la proiezione del numero di specialisti che potrebbero uscire dalle scuole universitarie nei prossimi otto anni con una previsione dei possibili pensionamenti di medici attivi nel Ssn l’Anaao stima che solo il 75% degli specialisti formati sceglie di lavorare per il Ssn. Dall’analisi risulta che la gran parte delle discipline andranno in deficit di specialisti, riporta Adnkronos, ma per alcune la carenza sarà drammatica. Dopo Medicina d’emergenza e Pediatria, a soffrire di più saranno Medicina interna (-1828 specialisti nel 2025), Anestesia e rianimazione (-1395), Chirurgia generale (-1274), Psichiatria (-932), Malattie dell’apparato cardiovascolare (-709), Ginecologia e ostetricia (-644), Radiodiagnostica (-604), Ortopedia e traumatologia (-409).

Blocco del turnover e carenza negli organici

“Gli organici dei reparti ospedalieri e dei servizi territoriali negli anni precedenti al 2018 – sottolinea il sindacato – hanno già sofferto il mancato turnover conseguente al vincolo nazionale della spesa per il personale a partire dal 2007”. Le nuove carenze andranno a quindi incidere su una condizione organizzativa già fortemente degradata: il blocco del turnover, introdotto con la Legge n.296 del 2006, ha determinato un vuoto nelle dotazioni organiche di circa 10 mila medici, e quindici milioni di ore di straordinario non pagate.

“I piani di lavoro, i turni di guardia e di reperibilità vengono coperti con crescenti difficoltà e una volta occupate le varie caselle si incrociano le dita sperando che nessuno si ammali -si legge nel report – buttando all’aria il complicato puzzle che bisogna comporre ogni mese”.

Incrementare il finanziamento per le assunzioni e i contratti annuali

Non basta però “sbloccare il turnover, ma incrementare anche il finanziamento per le assunzioni e attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell’ultimo decennio”, aggiunge l’Anaao.

Per quanto riguarda la formazione post laurea, oltre a incrementare di almeno 9.500/10.000 i contratti annuali “è arrivato il momento di una riforma globale passando a un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento – puntualizza il sindacato – in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l’immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del Ssn”.

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Manager italiani: aperti, decisori e comunicatori

Quali sono le caratteristiche dei manager italiani? Da uno studio sul management efficace e responsabile risulta che i “nostri” manager sono aperti, capaci di prendere decisioni e in grado di comunicare efficacemente. Lo studio dal titolo Bravi Manager Bravi, è stato realizzato da The European House – Ambrosetti per Federmanager, e ha coinvolto tramite survey online 1.631 manager iscritti a Federmanager. La survey comprendeva 120 domande su 4 filoni di indagine, quali le skills readiness for business, ovvero le competenze comportamentali e cognitive, i driver motivazionali, i valori etici e il posizionamento del management italiano su alcune questioni di attualità.

Il podio dei comportamenti virtuosi

Essere aperti a idee e proposte, indipendentemente dalla posizione gerarchica di chi le offre è considerato il comportamento manageriale più importante, e anche il più adottato dalla maggioranza dei manager intervistati (punteggio di 8.6 assegnato dal top management e di 8.4 dal middle management). Al secondo posto, la capacità di Prendere decisioni concrete e veloci , che vale 8.3 punti per i top manager e 8.1 per i middle manager.

Terzo classificato, la comunicazione, una competenza rappresentata dal cluster “Con onestà intellettuale comunico aspetti positivi e rischi delle scelte”, che ha ottenuto il punteggio di 8.1 per i top e di 8.0 per i middle.

Le macro aree di competenza

Considerando tutti i comportamenti mappati, riferisce Adnkronos, ne esce una fotografia del management italiano rappresentata da macro-aree di competenza. La prima macro-area, per importanza e adozione, è l’eccellenza operativa, definita come capacità di snellire i processi e l’organizzazione per dare risposte veloci ai cambiamenti, facendosi carico della complessità e rilasciando semplicità. Al secondo posto, l’imprenditorialità, che si esprime nella decisionalità tempestiva, e che riflette la forte iniziativa personale, ovvero lo stile imprenditoriale del manager italiano. Terza, la gestione della trasformazione digitale. Anche se la rivoluzione digitale è ormai manifesta nel mondo del lavoro, i manager italiani continuano a essere “uomini del fare”, orientati all’eccellenza operativa e all’imprenditorialità più che alla gestione di questa trasformazione.

I 10 consigli per un management al top

Lo studio propone ai manager dieci indicazioni. Innanzitutto, il capitale intellettuale non basta, va sviluppato il capitale sociale. E poi le competenze vanno ricercate in prossimità delle direttrici fondamentali della conduzione strategica del business (2°). La sfida è quella di trasformare le potenzialità dei singoli in risultati collettivi ripetuti nel tempo (3°, routine di successo).

Quarto: fare ricerche sulla propria organizzazione per offrire dati al top management che facilitino la presa di decisione, 5°, diffondere la leadership per non dipendere da un leader, 6°, non patrocinare corsi evento, ma organizzare percorsi di sviluppo, 7°, investire sul middle management, 8°, spingere l’innovazione, 9°, operare con un’ottica di benchmark assidua, curiosa e originale, 10°, scovare le aziende eccellenti a cui ispirarsi.

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Donne e ragazzi puntano sul franchising

In Italia il franchising è una formula che appare in buona salute e soprattutto in rapida espansione. Lo dicono i numeri. Secondo i dati del Rapporto Assofranchising 2018, nel 2017 i franchisee di età compresa tra i 36 e i 45 anni sono più di 26.000 e rappresentano oltre il 64% del totale, seguiti da imprenditori ancora più giovani, compresi fra i 25 e 35 anni di età, il 24,6% del totale. Un mondo giovane e per i giovani dunque, reso ancora più allettante dalle ragionevoli richieste di investimento per avviare la propria attività che in alcuni casi non superano i 10.000 euro. Ecco perché questa tipologia di affiliazione piace e conquista nuovi spazi.

Il franchising è un mondo femminile

Ma il franchising è anche un settore dove le donne scommettono sempre di più: il franchising al femminile, infatti, vede coinvolte in Italia più di 11.500 imprenditrici. Un numero importante, se si considera che sul totale dei licenziatari le signore incidono per il 35,6%. “In un Paese come l’Italia dove giovani e donne sono spesso sinonimo di precarietà occupazionale – afferma Italo Bussoli, Presidente di Assofranchising – rilevare che in un settore non solo c’è molto spazio, ma anche notevole capacità imprenditoriale, è davvero importante se non addirittura in controtendenza. Da un rapido sguardo ai dati di settore del 2017, si può notare come l’età media di un franchisee sia notevolmente più bassa rispetto all’immaginario che si ha dell’imprenditoria italiana. Questo perché l’affiliazione è un sistema in grado di dare sicurezza: chi non ha mai avuto alcuna esperienza imprenditoriale, può lanciarsi in un settore totalmente nuovo, con la certezza di essere seguito da professionisti affermati, in grado di trasmettere know-how di valore”.

In pole position il settore dell’abbigliamento

Tra i diversi settori in cui operano le imprese in franchising, appare in vistosa crescita il comparto abbigliamento-accessori per bambini con 1.156 punti vendita in franchising. Subito alle spalle segue a ruota il comparto della GDO Food, con 1.139 negozi, e dell’abbigliamento uomo-donna con 924 esercizi. Per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 36-45 anni il business trainante sembra esser quello delle agenzie e dei servizi immobiliari, seguito anche in questo caso dalla GDO food e dall’abbigliamento per uomo e donna. Sognatori e giramondo, invece, i giovanissimi baby imprenditori dai 25 ai 35 anni, che scelgono le categorie dei viaggi e del turismo, gli accessori moda e il benessere della persona aprendo palestre, centri estetici e parrucchieri.

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