Rimborsi 730: 9,5 miliardi recuperati dai contribuenti

Buone notizie per gli oltre 20 milioni di contribuenti italiani che presenteranno il modello 730: sono previsti infatti almeno 9,5 miliardi di rimborsi. A ogni dipendente il Fisco erogherà, attraverso il proprio datore di lavoro, un rimborso medio di circa 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.

Sono queste le prime stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia in concomitanza con la possibilità di accedere dal sito dell’Agenzia delle Entrate al proprio modello 730 precompilato relativo alla dichiarazione dei redditi 2018 (anno di imposta 2017).

Le principali voci di spesa per le quali si chiede il rimborso

Nel 2017 quasi 9,9 milioni di lavoratori dipendenti hanno presentato la dichiarazione annuale per recuperare le spese sanitarie (sconto fiscale medio di 150 euro pro capite), poco più di 4,3 milioni per recuperare le spese riferite alle ristrutturazioni edilizie (rimborso medio di 640 euro), e poco meno di 3,5 milioni per recuperare le spese assicurative (51 euro pro capite).

Tra i pensionati, invece, le domande per il recupero delle spese sanitarie hanno interessato oltre 7 milioni di persone (per un rimborso medio pro capite di 186 euro), 3,8 milioni per le ristrutturazioni edilizie (520 euro), e poco più di 1 milione per recuperare le spese assicurative (49 euro).

“Negli ultimi 20 anni il numero di modelli 730 è più che raddoppiato”

“Da qualche anno il modello 730 è diventato lo strumento fiscale più amato dai contribuenti italiani per recuperare detrazioni, deduzioni e oneri ai fini Irpef – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. Negli ultimi 20 anni il numero di modelli presentati è più che raddoppiato.

I fattori di questo “successo” vanno ricercati nel costo contenuto per chi si rivolge a un Caaf o a un professionista, e nella relativa semplicità di compilazione del 730 via web, riporta Adnkronos. Ma anche per i tempi relativamente brevi del rimborso, che per i dipendenti avviene con la busta paga di luglio, mentre per i pensionati con l’assegno di agosto o di settembre.

Dal 2013 anche i dipendenti che hanno perso il lavoro possono presentare il 730

L’incremento del numero dei modelli 730 avvenuto in questi ultimi anni dipende anche dal fatto che dal 2013 anche i lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro, e che sono privi di sostituto di imposta, possono presentarlo. Secondo le statistiche del ministero dell’Economia e delle Finanze sono stati 682.000 i contribuenti senza datore di lavoro che nel 2014 si sono avvalsi di questa possibilità, mentre nel 2017 il loro numero è salito a 1.139.000

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La pausa caffè diventa sempre più “automatica”. E green

I distributori automatici di snack e caffè segnano un boom: i dati del settore confermano il trend in crescita, con quasi 5 miliardi di consumazioni (4 miliardi e 960 milioni) erogate nel 2016. Secondo quanto rileva uno studio di Confida, l’associazione Italiana della distribuzione automatica, in collaborazione con Accenture, le cosiddette “vending machine” raggiungono un fatturato di 1,83 miliardi di euro, con un aumento di 0,48% rispetto all’anno precedente. E caffè e snack sono in testa alle preferenze dei consumatori.

Gli italiani acquistano cibi e bevande ai distributori automatici almeno 2 volte a settimana

Mancanza di tempo, cambiamenti negli stili di vita e delle abitudini alimentari, comodità e perché no, qualche piccolo risparmio, inducono ogni italiano ad acquistare cibi e bevande almeno 2 volte a settimana ai distributori automatici. “Gli italiani sono dei grandi consumatori ai distributori automatici forse perché stiamo più spesso fuori casa e dunque consumiamo più pasti fuori casa”, spiega all’Adnkronos Michele Adt, direttore generale di Confida.

Il caffè è il prodotto più gettonato, ma l’offerta delle vending machine si sta ampliando

Il caffè è il prodotto più gettonato, con 2,7 miliardi di consumazioni rappresenta il 55,5% del totale, seguito dall’acqua con 722 milioni, Anche le bevande calde però stanno aumentando, come il ginseng, il tè, e gli snack a base di frutta secca. “L’offerta delle vending machine si sta ampliando ed è in grado di soddisfare esigenze nutrizionali e gusti differenti – prosegue il direttore generale – ad esempio quest’anno si è registrato un aumento del 21% dei prodotti senza glutine, una crescita dei prodotti a chilometro zero ed equo solidali. E poi sono cresciute determinate gamme di prodotti come la frutta secca oppure i succhi 100% frutta. Mentre la vendita di bevande gasate è in calo”.

I distributori automatici sono sempre più green

In Italia sono oltre 800 mila i distributori automatici installati. Le macchine sono ubicate presso aziende pubbliche e private, ospedali, scuole, università, ma anche nei luoghi di transito come aeroporti, stazioni, metropolitane. Sono aperte 24 ore al giorno e monitorate a livello di norme igienico-sanitarie. E diventano sempre più green: la sostenibilità ambientale ha infatti conquistato anche il settore dei distributori automatici, tanto che il 71% degli associati a Confida dichiara di adottare ormai soluzioni sostenibili, come distributori automatici a induzione, che risparmiano il 90% di energia, e i fondi di caffè vengono riutilizzati per produrre funghi commestibili o energia pulita. Sono poi disponibili anche snack con cioccolato 100% equo-solidale, o capsule del caffè di plastica riciclata.

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Coldiretti smaschera i fake nel carrello della spesa

Un prodotto alimentare su quattro è a rischio “fake”, ovvero, non riporta la sua origine sull’etichetta. Si tratta di prodotti confezionati, che hanno solo l’obbligo di riportare il luogo di confezionamento, ma non l’origine degli ingredienti. Questo è quanto emerge da un’analisi della Coldiretti, che in occasione dell’avvio della raccolta firme per la petizione #stopcibofalso, ha smascherato i prodotti della spesa meno sicuri dal punto di vista della tracciabilità. L’associazione chiede quindi al Parlamento Europeo che i consumatori abbiano la possibilità di conoscere esattamente da dove arriva il cibo che portano in tavola.

“Due prosciutti su tre venduti in Italia provengono da maiali allevati all’estero”

Dai salumi alle marmellate fino ai sughi pronti, i sottaceti, i succhi di frutta, ma anche il pane e il latte in polvere per i bambini: su questi prodotti spesso sull’etichetta non viene indicata l’origine degli ingredienti. “Due prosciutti su tre venduti oggi in Italia provengono da maiali allevati all’estero senza che questo venga evidenziato chiaramente in etichetta, dove non è ancora obbligatorio indicare l’origine”, sottolinea la Coldiretti. Così avviene anche “per il fiume di 200 milioni di chili di succo di arancia straniero che valica le frontiere e finisce nelle bevande all’insaputa dei consumatori, perché in etichetta viene segnalato solo il luogo di confezionamento”, aggiunge l’associazione.

Nove italiani su dieci vogliono conoscere la provenienza del cibo

Il rischio fake nel cibo spaventa soprattutto per le possibili conseguenze sulla salute delle persone. Come riferisce Ansa, si tratta di un problema che “riguarda in realtà tutti i salumi, la frutta trasformata in generale (dalle confetture alle conserve), l’insalata in busta, il pane o i funghi conservati che spesso arrivano dalla Cina, paese ai vertici mondiali per gli allarmi alimentari – rileva la Coldiretti -. Non è un caso che 9 italiani su 10 ritengano importante per la sicurezza alimentare conoscere la provenienza del cibo che consumano, secondo la consultazione on line del Ministero delle Politiche Agricole”.

Una mobilitazione necessaria contro gli alimenti di bassa qualità

La mobilitazione popolare organizzata da Coldiretti con la raccolta firme #stopcibofalso punta quindi a “fermare il cibo falso e proteggere la salute, tutelare l’economia, bloccare le speculazioni e difendere l’agricoltura italiana”, spiega ancora Coldiretti. E aggiunge che “nonostante i passi in avanti, permangono ancora ampie zone d’ombra e ogni giorno rischiano di finire nel piatto alimenti di bassa qualità e origine incerta che mettono a rischio la salute”.

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Italiani brava gente: spendiamo 19 miliardi all’anno in attività illegali

Stupefacenti, prostituzione, contrabbando: ecco i settori in cui vengono consumati in Italia 19 miliardi di euro all’anno. Un business gigantesco di attività illegali. L’allarme arriva dall’Ufficio studi della Cgia, secondo la quale all’uso di sostanze stupefacenti vanno 14,3 miliardi, ai servizi di prostituzione 4 miliardi e per il contrabbando di sigarette 600 milioni di euro. Questo mercato “sommerso”, inoltre, sembra non conoscere ne crisi ne battute d’arresto, anzi: negli ultimi quattro anni il valore del “comparto” è cresciuto di 4 punti percentuali.

Un punto di Pil il prezzo da pagare

“Lungi dall’esprimere alcun giudizio etico è comunque deplorevole che gli italiani spendano per beni e servizi illegali più di un punto di Pil all’anno. L’ingente giro d’affari che questa economia produce, costringe tutta la comunità a farsi carico di un costo sociale altrettanto elevato. Senza contare che il degrado urbano, l’insicurezza, il disagio sociale e i problemi di ordine pubblico provocati da queste attività hanno effetti molto negativi sulla qualità della vita dei cittadini e degli operatori economici che vivono e operano nelle zone interessate dalla presenza di queste manifestazioni criminali” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.

Un conto sempre in difetto

“Tra le attività illegali l’Istat include solo le transazioni illecite in cui c’è un accordo volontario tra le parti, come il traffico di droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette e non, ad esempio, i proventi da furti, rapine, estorsioni, usura, etc” aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason. “Una metodologia, quest’ultima, molto discutibile che è stata suggerita dall’agenzia statistica della Comunità europea che, infatti, ha scatenato durissime contestazioni da parte di molti economisti che, giustamente, ritengono sia stato inopportuno aumentare il reddito nazionale attraverso l’inclusione del giro di affari delle organizzazioni criminali”.

La portata di questi affari illeciti, controllati da organizzazioni criminali, trova una conferma indiretta anche dal numero di segnalazioni pervenute negli anni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Tra il 2009 e il 2016 (ultimo dato annuale disponibile), le segnalazioni sono aumentate di quasi il 380%. Il riciclaggio è la tipologia maggiormente segnalata.

Le regioni dove si registra la maggiore criticità

Lombardia (253,5), Liguria (185,3) e Campania (167) sono le regioni italiane che nel 2016 hanno registrato il numero più alto di segnalazioni (ogni 100 mila abitanti). Su base provinciale, le situazioni più critiche (oltre 200 segnalazioni ogni 100.000 abitanti) si verificano nelle province di confine di Como, Varese, Imperia e Verbano-Cusio-Ossola.

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Bancomat, buone notizie allo sportello: giù le commissioni

Il Bancomat, sempre più compagno fisso degli italiani, ci costerà un po’ meno. Anche il nostro Paese, infatti, finalmente si adegua al trend europeo e taglia le commissioni sul pagamento elettronico. La nuova strada è stata definita dal Cdm, che ha recepito una direttiva Ue sui servizi di pagamento nell’Unione europea e sulle commissioni interbancarie sulle operazioni con carte di pagamento.

Fissati i limiti delle commissioni interbancarie

In base alla nuova normativa, la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà superare lo 0,2% del valore dell’operazione stessa per quello che riguarda i pagamenti con bancomat e prepagata. Per le operazioni con la carta di credito, invece, la  commissione interbancaria non dovrà oltrepassare lo 0,3% del valore dell’operazione stessa. Ma ci sono anche ulteriori vantaggi per gli utenti: la franchigia massima a carico degli utilizzatori in caso di pagamenti non autorizzati scende da 150 a 50 euro. E, ovviamente, viene applicato anche il divieto di surcharge, ovvero di applicare dei sovrapprezzi per le transazioni con pagamenti elettronici.

Cosa cambia per gli importi “mini”

Per le operazioni nazionali,  i prestatori di servizi di pagamento dovranno applicare, a prescindere dalla carta che si utilizza, una commissione ridotta rispetto a quella altrimenti applicata per i pagamenti fino a 5 euro. In questo modo si vuole incentivare l’uso delle carte, rispetto al contante, anche per i piccoli pagamenti. Per le operazioni nazionali effettuate tramite carta di debito, fino al dicembre 2020 i prestatori di servizi potranno applicare una commissione interbancaria non superiore all’equivalente dello 0,2% calcolato sul valore medio annuo di tutte le operazioni nazionali tramite carta di debito all’interno di ciascuno schema di carta di pagamento.

I commercianti soddisfatti

I commercianti sembrerebbero contenti “anche se – precisa Confcommercio in una nota – si tratta delle commissioni interbancarie e non di quelle a carico delle imprese”. “Non vorremmo, però, che il Governo usi questo stesso provvedimento per introdurre anche le sanzioni per le imprese che non accettano pagamenti elettronici” precisa l’associazione dei commercianti,  sottolineando che “se l’obiettivo è quello di diffondere sempre di più l’uso di questi strumenti di pagamento, la via non è certo quella di prevedere misure ingiuste e penalizzanti. Occorre intervenire sulla riduzione delle commissioni applicate dalle banche alle imprese che restano ancora troppo elevate e che, nel caso di pagamenti di piccoli importi e per alcuni settori in particolare, come distributori di carburante, tabaccai, giornalai, assorbono molto spesso i margini di profitto degli imprenditori”.

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Otto app da non scaricare da Android: la lista di Eset

Il pericolo corre in rete. E’ di questi giorni la notizia che sullo store ufficiale di Google sono state identificate otto App particolarmente pericolose per i sistemi Android. Le app in questione, che peraltro dovrebbero già essere state rimosse dallo store, sono in grado di infettare lo smartphone o il tablet con un software aggressivo, battezzato come Android/TrojanDropper.Agent.BKY.

Il malware identificato dai ricercatori Eset

Il malware è stato scoperto e identificato dai ricercatori di Eset, casa produttrice di software specializzata in sicurezza, che sul sito del Cert (Computer Emergency Response Team), hanno illustrato i rischi connessi a queste applicazioni “cattive”, che non richiedono autorizzazioni particolari e che, agli occhi di un utente magari non espertissimo, sembrano “perfettamente legittime”.

Le mosse invisibili del virus nascosto

“Per evitare di essere individuato, queste malware utilizza tecniche di offuscamento basate su cifratura e un’architettura multistadio. Una volta lanciata una di queste App infette, il codice malevolo al suo interno decifra ed esegue il primo stadio di payload che decifra e esegue un secondo stadio, memorizzato tra le risorse dell’App scaricata da Google Play” spiegano i ricercatori.  “Il payload di secondo stadio scarica un’altra App malevola da un URL codificato al suo interno”, che rappresenta il terzo stadio del malware. Tutte azioni che avvengono in maniera completamente invisibile e consentono al malware di passare inosservato. Dopo circa cinque minuti, dicono gli esperti come riporta AdnKronos, “viene richiesto di installare l’App di terzo stadio scaricata in forma di APK”, che appare “sotto forma di un noto software di larga diffusione come Adobe Flash Player” o altre App legittime come, ad esempio, ‘Android Update’ o ‘Adobe Update’.

Il malware inganna fino al quarto stadio

Dopo questo terzo stadio, l’ultima mossa è “ingannare l’utente inducendolo a scaricare sul dispositivo il quarto e ultimo stadio di infezione e a concedergli le autorizzazioni necessarie a svolgere le sue azioni malevole” spiega la società di sicurezza.

I nomi delle App cattive

Ovviamente Google è stata subito informata della presenza di questi prodotti pericolosi perché li rimuovesse dal proprio store, In ogni caso, i nomi delle App malevole sono  ‘MEX Tools’, ‘Cleaner for Android’, ‘Clear Android’, ‘World News’, ‘WORLD NEWS’, ‘World News PRO’ più altre due chiamate ‘gotov.games.toppro’ e ‘slots.forgame.vul’.

Le raccomandazioni da seguire sempre

Insieme all’allerta, arrivano anche le raccomandazioni per gli utenti Android, invitati a: “Non scaricare App dagli store non ufficiali, di verificare attentamente la reputazione di un’App di dubbia origine presente su Google Play e di installare e mantenere aggiornata una soluzione antivirus sul proprio dispositivo”.

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Piani cucine, come identificare quello perfetto

La cucina, nel corso degli anni, è diventato uno degli ambienti clou delle case degli italiani. Sempre più funzionale, bella e preziosa, la cucina è spesso fusa in un unico ambiente con la zona living, come si può notare anche dalle proposte di Pedrazzini Arreda, centro di vendita cucine a Milano. Ovvio che, soprattutto se a vista, la scelta dei materiali e delle finiture rappresenta una vera e propria scelta estetica e un biglietto da visita dell’intera dimora. Uno degli elementi più caratterizzanti di ogni cucina moderna è il piano di lavoro che, come nel mondo fashion, segue periodicamente nuove mode e tendenze. Il top, infatti, da semplice zona di lavoro si è trasformato in un autentico elemento d’arredo, con una vasta gamma di materiali, finiture, colori.

Professionisti in aiuto

Scegliere una cucina nuova, o rinnovarne una già esistente, è un’impresa decisamente impegnativa. Scegliendo dei professionisti, come Pedrazzini Arreda, si ha la certezza di avere non solo un’ampia scelta di modelli, sia moderni sia classici, ma anche un vero e proprio team di consulenti per definire tutti gli aspetti dell’ambiente. Da Pedrazzini Arreda, infatti,

ogni cucina è personalizzabile in ogni suo dettaglio, dai materiali per le ante (come il laminato, i polimerici, gli impiallacciati, i laccati lucidi ed opachi o i legni masselli), i piani di lavoro (in laminato, acciaio, legno, pietra, quarzo e resine) e infine gli elettrodomestici di qualsiasi marca e genere. Senza dimenticare tutte le fasi relative a progettazione, trasporto e montaggio. In questo amplissimo mondo della cucina, vediamo quali sono i materiali più di tendenza per il top.

Quarzo

Si tratta di un materiale utilizzato sempre più di frequente per le sue caratteristiche intrinseche: è estremamente resistente, duro e quindi durevole nel tempo. L’unica accortezza da seguire è che il quarzo ha una minore tolleranza al calore rispetto ad altri materiali. In compenso, è bellissimo, disponibile in un’infinità di colori ed è molto facile da pulire.

Acciaio

In ambienti moderni e dallo stile industriale l’acciaio è spesso il materiale principe della cucina. Abbinato agli elettrodomestici più in, anche il piano può essere realizzato in acciaio inox, un materiale resistente al calore e alle macchie. Decisamente facile da pulire ed igienico perché non è poroso, l’acciaio va messo al riparo solo dal pericolo graffi.

Pietra

Una scelta tutta naturale ed esteticamente bellissima. I piani realizzati in questo materiale tollerano benissimo il calore, non si ammaccano e difficilmente si macchiano.

Resina

Molto di moda in questi ultimi anni, la resina è impermeabile, resistente, di facile manutenzione e ha uno spessore ridotto. Materiale decisamente igienico, quindi perfetto per la cucina, si può avere in tantissime tipologie di texture e colori.

Vetro

In ambienti dal design pulito e contemporaneo, il piano della cucina in vetro può essere una scelta vincente, oltre che dal forte impatto estetico. Anche questo è un materiale facile da pulire e resistente. L’unico pericolo? Le famigerate “ditate”, specie se in casa ci sono dei bambini.

Legno

Elemento naturale per eccellenza, totalmente ecologico, il legno regala un calore tutto speciale all’ambiente cucina. Se trattato, il piano in questo materiale non richiede particolari attenzioni: occhio solo ai graffi e all’eccesso di calore.

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Moda, le regole per sfilare: basta a modelle troppo magre

Obiettivo, tutelare la salute di modelli e modelle. Ecco perché i big della moda hanno stilato una carta che, fra le altre direttive, vieta ai brand del fashion di utilizzare per le sfilate ragazzi e ragazze troppo magri e troppo giovani. Quindi, niente catwalk per chi non raggiunge la taglia 38 e i 16 anni di età.

L’input dai colossi francesi

Sono stati i colossi del lusso mondiale,  Lvmh e Kering, a decidere di applicare uno stop alla reciproca concorrenza e di redigere una carta condivisa per contrastare l’anoressia. I due gruppi, che controllano brand del calibro di Dior, Fendi, Gucci, Louis Vuitton e Saint Laurent fra gli altri, hanno così deciso di tutelare i giovani che lavorano nel mondo della moda. In base alle nuove direttive che si sono autoimposti, i marchi dei gruppi non potranno lavorare con modelli e modelle dalla taglia under 38 e con età inferiore ai 16 anni.

Rispetto per ogni uomo e donna

Questo cartello, comunicano i due gruppi, nasce dal rispetto della dignità “di ogni uomo e donna” che è “al centro dei valori di entrambi i gruppi”. In quanto leader del mercato, i due big hanno deciso di prendersi la responsabilità di fare un passo avanti. “Rispettare la dignità di tutte le donne è sempre stato per me sia un impegno personale sia una priorità per Kering come gruppo. Con questa carta e con il nostro impegno a rispettarne i valori, manifestiamo ancora una volta l’importanza di questo valore centrale in modo molto concreto. Ci auguriamo di ispirare l’intera industria a seguirci, segnando così una vera differenza nelle condizioni di lavoro dei modelli” ha dichiarato François-Henri Pinault, ceo e azionista di Kering. Ha aggiunto Antoine Arnault di Lvmh: “Mi sono impegnato profondamente per garantire che il sodalizio tra i brand del gruppo Lvmh, le agenzie di modelli e i modelli stessi vada oltre il semplice rispetto dei requisiti previsti dalla legge. Per noi ciò che conta è il benessere delle modelle e dei modelli e da leader del settore del lusso abbiamo la responsabilità di costruire nuovi standard per la moda. Ci auguriamo che anche altri player del settore ci seguano”.

Sfilate, cosa cambia

In base alle indicazioni della carta, i top brand dei due gruppi hanno definito regole precise. Ecco le principali: potranno sfilare solo ed esclusivamente con modelli in grado di presentare un certificato medico valido e che attesti il loro stato di buona salute e di idoneità al lavoro, rilasciato non più di sei mesi prima del servizio fotografico o della sfilata; dai casting verranno esclusi i modelli con taglia 36 per le donne e la 46 per gli uomini. Ovvero, le ragazze dovranno avere almeno la 38 e i ragazzi la 48. Non potranno lavorare per i brand ragazzi di età inferiore ai 16 anni e comunque, fino ai 18 anni, dovranno avere un accompagnatore adulto e seguire precisi orari di lavoro.

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Il business della tv on demand si prepara a un nuovo entrante

Un nuovo entrante appare all’orizzonte del vasto territorio che la convergenza digitale ha creato nel settore della pay tv, nel quale confluisce sia la tv on demand che quella in streaming video. Probabilmente, il nuovo competitor muoverà i suoi primi passi negli Stati Uniti, dove il mercato è potenzialmente enorme, per poi puntare all’Europa e all’Italia. Stiamo parlando di Apple, colosso di Cupertino che ha annunciato un investimento pari a un miliardo di dollari, concentrato nel corso del 2018. L’intenzione è quella di puntare su produzioni originali, con circa dieci show da trasmettere in esclusiva nelle piattaforme di proprietà anche se, con ogni probabilità, verrà creata una streaming tv ad hoc.

I dieci contenuti originali di Apple si andranno ad aggiungere agli oltre 500 contenuti prodotti dai competitor nel corso del 2016. Gli operatori più attivi sono certamente Time Warner tramite la controllata HBO, ma procede bene anche la penetrazione del mercato da parte di Netflix, che vanta nel mondo 90 milioni di abbonati, metà dei quali fuori dagli Stati Uniti. La società di video streaming fondata da Reed Hastings dovrebbe conservare il vantaggio accumulato sui contenuti, con serie tv apprezzate come The Crown e Black Mirror. E in America sta crescendo anche il peso specifico di Amazon, che con Prime Video è pronta a una guerra di prezzi, sostenibile grazie alla sua rilevante capitalizzazione.

Con ben 215 milioni di dollari di liquidità, Apple non tarderà ad entrare anche nel mercato europeo e in Italia, dove il settore pay tv è in grande fermento. Dopo la crisi economica, il mercato si è un po’ contratto, e ci vorrà tempo per tornare ai livelli del 2011: è come se gli italiani, dovendo tagliare qualche spesa, durante le fasi più acute della crisi abbiano scelto di sacrificare l’intrattenimento offerto dalla pay tv. Ad ogni modo, in Italia la fa da padrona Sky con quasi 4,7 milioni di abbonati, seguita da Mediaset con 1,8 milioni di abbonati. Quello italiano è un mercato trainato dallo sport e segnatamente dal calcio, per questo i due operatori, detentori dei diritti tv, appaiono avvantaggiati. C’è poi Netflix con circa 300 mila abbonati. Il resto del mercato è frammentato da piccole realtà di streaming online, come Now, Infinity e Tim Vision. Apple potrebbe dunque trovare spazio nel mercato italiano, dove due dei competitor, Mediaset e Tim Vision, sono alle prese con gli appetiti dei francesi di Vivendi, che vuole acquistare entrambe le aziende.

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Il gelato artigianale italiano ingolosisce la Cina ma non gli Usa

Il gelato artigianale piace senza dubbio agli italiani, che secondo dati Confartigianato ne consumano 12 kg pro capite ogni anno. Solo nel 2015 il volume d’affare del gelato artigianale ha raggiunto in Italia i 2 miliardi di euro, staccando un perentorio +8% sui consumi 2014. Si tratta di un prodotto che in Italia da lavoro a 36.970 gelaterie e circa 150.000 addetti. Il vero gelato artigianale è un prodotto di qualità, che nasce da materie prime locali come il latte fresco, le uova, la panna, lo zucchero, la frutta o altre spezie. Non è scontato trovare materie prime di buona qualità ad altre latitudini. Importanti sono poi i processi di pastorizzazione (bonifica dei microbi dagli ingredienti), maturazione (addensamento e idratazione delle miscele) e mantecazione (sbattimento a freddo delle miscele), dunque si rivela preziosa anche la produzione di macchine per il gelato e attrezzature italiane.

Non è un caso se l’Italia vanta la leadership mondiale anche in questo comparto, con 15 imprese che detengono una quota del 90% della produzione mondiale di macchine per il gelato. Sono queste le aziende che assumono un ruolo chiave nella diffusione del gelato artigianale italiano nel mondo. Una sfida che l’azienda Carpigiani di Bologna, che come dimensioni è la capofila in questo comparto, detenendo una quota di mercato mondiale del 50%, sta vincendo in un mercato difficile come quello cinese. Da queste parti, infatti, il massiccio consumo di tè e altre bevande tradizionali ha reso sconosciuto, fino a poco tempo fa, il latte. Oggi la quota del fatturato Carpigiani proveniente dalla Cina è del 5%, ma fino a pochi anni fa non arrivava all’1%. Segno inequivocabile che aumentano gli amanti del gelato artigianale italiano e, parallelamente, delle macchine professionali necessarie alla sua realizzazione.

Se il gelato italiano inizia a ingolosire i cinesi, l’impresa appare più ardua negli Stati Uniti. In America, infatti, le gelaterie artigianali sono davvero poche, schiacciate dall’americano ice cream, preparato secondo una logica che penalizza la qualità e abbassa il prezzo al chilogrammo. Va dunque fatta un’azione conoscitiva nei confronti della qualità del gelato artigianale e di come lo si prepara, rievocando anche la storica tradizione dell’autogelatiera Carpigiani messa in vendita nel 1946. Oggi l’azienda bolognese è un multinazionale tascabile che nel 2015 ha presentato un fatturato di 150 milioni di euro, proveniente per 80% dalle esportazioni. La sua produzione spazia dalle macchine per il gelato all’italiana a quelle per il gelato soft, pasticceria, yogurteria, ristorazione e casearia.

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