Il futuro è senza medici, nel 2025 emergenza per pronto soccorso e pediatria

La fuga dei medici dagli ospedali italiani nel 2025 comporterà una carenza di 16.500 specialisti. Al top delle specialità più sofferenti ci sono Medicina d’emergenza-urgenza e Pediatria per cui le stime indicano un ammanco rispettivamente di 4.180 e 3.323 dottori.

A lanciare l’allarme è uno studio dell’Anaao Assomed, che punta il dito sia sulla mancanza di specialisti all’interno del Ssn, e sull’accelerazione del loro pensionamento. Secondo il sindacato medico italiano si tratta di una situazione che sta assumendo “i contorni di una vera emergenza nazionale, cui vanno posti correttivi rapidi e adeguati per evitare il collasso del sistema”.

La classifica delle specialità che resteranno scoperte

Incrociando la proiezione del numero di specialisti che potrebbero uscire dalle scuole universitarie nei prossimi otto anni con una previsione dei possibili pensionamenti di medici attivi nel Ssn l’Anaao stima che solo il 75% degli specialisti formati sceglie di lavorare per il Ssn. Dall’analisi risulta che la gran parte delle discipline andranno in deficit di specialisti, riporta Adnkronos, ma per alcune la carenza sarà drammatica. Dopo Medicina d’emergenza e Pediatria, a soffrire di più saranno Medicina interna (-1828 specialisti nel 2025), Anestesia e rianimazione (-1395), Chirurgia generale (-1274), Psichiatria (-932), Malattie dell’apparato cardiovascolare (-709), Ginecologia e ostetricia (-644), Radiodiagnostica (-604), Ortopedia e traumatologia (-409).

Blocco del turnover e carenza negli organici

“Gli organici dei reparti ospedalieri e dei servizi territoriali negli anni precedenti al 2018 – sottolinea il sindacato – hanno già sofferto il mancato turnover conseguente al vincolo nazionale della spesa per il personale a partire dal 2007”. Le nuove carenze andranno a quindi incidere su una condizione organizzativa già fortemente degradata: il blocco del turnover, introdotto con la Legge n.296 del 2006, ha determinato un vuoto nelle dotazioni organiche di circa 10 mila medici, e quindici milioni di ore di straordinario non pagate.

“I piani di lavoro, i turni di guardia e di reperibilità vengono coperti con crescenti difficoltà e una volta occupate le varie caselle si incrociano le dita sperando che nessuno si ammali -si legge nel report – buttando all’aria il complicato puzzle che bisogna comporre ogni mese”.

Incrementare il finanziamento per le assunzioni e i contratti annuali

Non basta però “sbloccare il turnover, ma incrementare anche il finanziamento per le assunzioni e attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell’ultimo decennio”, aggiunge l’Anaao.

Per quanto riguarda la formazione post laurea, oltre a incrementare di almeno 9.500/10.000 i contratti annuali “è arrivato il momento di una riforma globale passando a un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento – puntualizza il sindacato – in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l’immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del Ssn”.

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Manager italiani: aperti, decisori e comunicatori

Quali sono le caratteristiche dei manager italiani? Da uno studio sul management efficace e responsabile risulta che i “nostri” manager sono aperti, capaci di prendere decisioni e in grado di comunicare efficacemente. Lo studio dal titolo Bravi Manager Bravi, è stato realizzato da The European House – Ambrosetti per Federmanager, e ha coinvolto tramite survey online 1.631 manager iscritti a Federmanager. La survey comprendeva 120 domande su 4 filoni di indagine, quali le skills readiness for business, ovvero le competenze comportamentali e cognitive, i driver motivazionali, i valori etici e il posizionamento del management italiano su alcune questioni di attualità.

Il podio dei comportamenti virtuosi

Essere aperti a idee e proposte, indipendentemente dalla posizione gerarchica di chi le offre è considerato il comportamento manageriale più importante, e anche il più adottato dalla maggioranza dei manager intervistati (punteggio di 8.6 assegnato dal top management e di 8.4 dal middle management). Al secondo posto, la capacità di Prendere decisioni concrete e veloci , che vale 8.3 punti per i top manager e 8.1 per i middle manager.

Terzo classificato, la comunicazione, una competenza rappresentata dal cluster “Con onestà intellettuale comunico aspetti positivi e rischi delle scelte”, che ha ottenuto il punteggio di 8.1 per i top e di 8.0 per i middle.

Le macro aree di competenza

Considerando tutti i comportamenti mappati, riferisce Adnkronos, ne esce una fotografia del management italiano rappresentata da macro-aree di competenza. La prima macro-area, per importanza e adozione, è l’eccellenza operativa, definita come capacità di snellire i processi e l’organizzazione per dare risposte veloci ai cambiamenti, facendosi carico della complessità e rilasciando semplicità. Al secondo posto, l’imprenditorialità, che si esprime nella decisionalità tempestiva, e che riflette la forte iniziativa personale, ovvero lo stile imprenditoriale del manager italiano. Terza, la gestione della trasformazione digitale. Anche se la rivoluzione digitale è ormai manifesta nel mondo del lavoro, i manager italiani continuano a essere “uomini del fare”, orientati all’eccellenza operativa e all’imprenditorialità più che alla gestione di questa trasformazione.

I 10 consigli per un management al top

Lo studio propone ai manager dieci indicazioni. Innanzitutto, il capitale intellettuale non basta, va sviluppato il capitale sociale. E poi le competenze vanno ricercate in prossimità delle direttrici fondamentali della conduzione strategica del business (2°). La sfida è quella di trasformare le potenzialità dei singoli in risultati collettivi ripetuti nel tempo (3°, routine di successo).

Quarto: fare ricerche sulla propria organizzazione per offrire dati al top management che facilitino la presa di decisione, 5°, diffondere la leadership per non dipendere da un leader, 6°, non patrocinare corsi evento, ma organizzare percorsi di sviluppo, 7°, investire sul middle management, 8°, spingere l’innovazione, 9°, operare con un’ottica di benchmark assidua, curiosa e originale, 10°, scovare le aziende eccellenti a cui ispirarsi.

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Donne e ragazzi puntano sul franchising

In Italia il franchising è una formula che appare in buona salute e soprattutto in rapida espansione. Lo dicono i numeri. Secondo i dati del Rapporto Assofranchising 2018, nel 2017 i franchisee di età compresa tra i 36 e i 45 anni sono più di 26.000 e rappresentano oltre il 64% del totale, seguiti da imprenditori ancora più giovani, compresi fra i 25 e 35 anni di età, il 24,6% del totale. Un mondo giovane e per i giovani dunque, reso ancora più allettante dalle ragionevoli richieste di investimento per avviare la propria attività che in alcuni casi non superano i 10.000 euro. Ecco perché questa tipologia di affiliazione piace e conquista nuovi spazi.

Il franchising è un mondo femminile

Ma il franchising è anche un settore dove le donne scommettono sempre di più: il franchising al femminile, infatti, vede coinvolte in Italia più di 11.500 imprenditrici. Un numero importante, se si considera che sul totale dei licenziatari le signore incidono per il 35,6%. “In un Paese come l’Italia dove giovani e donne sono spesso sinonimo di precarietà occupazionale – afferma Italo Bussoli, Presidente di Assofranchising – rilevare che in un settore non solo c’è molto spazio, ma anche notevole capacità imprenditoriale, è davvero importante se non addirittura in controtendenza. Da un rapido sguardo ai dati di settore del 2017, si può notare come l’età media di un franchisee sia notevolmente più bassa rispetto all’immaginario che si ha dell’imprenditoria italiana. Questo perché l’affiliazione è un sistema in grado di dare sicurezza: chi non ha mai avuto alcuna esperienza imprenditoriale, può lanciarsi in un settore totalmente nuovo, con la certezza di essere seguito da professionisti affermati, in grado di trasmettere know-how di valore”.

In pole position il settore dell’abbigliamento

Tra i diversi settori in cui operano le imprese in franchising, appare in vistosa crescita il comparto abbigliamento-accessori per bambini con 1.156 punti vendita in franchising. Subito alle spalle segue a ruota il comparto della GDO Food, con 1.139 negozi, e dell’abbigliamento uomo-donna con 924 esercizi. Per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 36-45 anni il business trainante sembra esser quello delle agenzie e dei servizi immobiliari, seguito anche in questo caso dalla GDO food e dall’abbigliamento per uomo e donna. Sognatori e giramondo, invece, i giovanissimi baby imprenditori dai 25 ai 35 anni, che scelgono le categorie dei viaggi e del turismo, gli accessori moda e il benessere della persona aprendo palestre, centri estetici e parrucchieri.

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Netflix consuma il 15% di tutto il traffico web

Netflix consuma più “Internet” al mondo. Lo afferma un rapporto della compagnia specializzata Sandvine: nelle ore di picco nel continente americano il servizio di streaming arriva a occupare addirittura il 40% del traffico web, e a livello globale il 15%. Netflix supera quindi gli streaming, che occupano il 13,1% di banda, YouTube l’11,4%, la semplice navigazione il 7,8%, e gli streaming musicali il 4,4%.

“Il dominio è ancora più impressionante – sottolinea il rapporto della compagnia canadese – se si considera che la compressione video di Netflix è la più efficiente di qualsiasi altro provider di video in rete. In altre parole la sua fetta sarebbe ancora più larga se gli algoritmi di compressione fossero meno efficaci”.

Nell’area Emea però prevale ancora YouTube

Il primato della sempre più usata piattaforma di distribuzione di film, serie e intrattenimento, è dovuto principalmente ai risultati nel continente americano, mentre nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) a dominare la banda è ancora YouTube, con il 30% del traffico. Netflix però gli sta dietro, e precede la piattaforma di musica e video attestandosi a un 23%. Ancora diversa la classifica dell’area Asia-Pacifico, in cui prevalgono gli streaming online e i video di Facebook, riporta Ansa.

Oltre metà del traffico Internet (57%) è dovuto ai video

Oltre metà del traffico internet globale, esattamente il 57%, è dovuto proprio ai video, mentre i browser web contano per il 17%, e i giochi online per l’8%. Fra i dati segnalati dal rapporto viene sottolineata inoltre una risalita dei servizi di file sharing, che consumano il 3% della banda. E la causa di questo aumento, scrive sul blog di Sandvine Cam Cullen, uno degli autori del rapporto, è proprio la crescita dei servizi di streaming come Netflix o Amazon Prime.

“Avere accesso a tutti i servizi diventa troppo costoso, meglio piratare”

La crescita dei servizi di file sharing riguarda soprattutto le aree geografiche di Europa e Medio Oriente, con BitTorrent che rimane l’applicazione più usata. Ma esiste il rischio concreto che il fenomeno della pirateria informatica possa aumentare considerevolmente, perché i servizi di file sharing sono i preferiti proprio da chi si dedica al furto di contenuti.

Il motivo è presto detto. “Sempre più fonti stanno producendo contenuti esclusivi, si pensi a Game of Thrones su HBo, House of Cards su Netflix e Jack Ryan su Amazon – aggiune Cam Cullen -. Avere accesso a tutti i servizi diventa molto costoso per i consumatori”, che quindi si abbonano a uno o due servizi, e scelgono di “piratare” il resto.

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Allarme cyber sicurezza: arrivano le finte app per ingannare gli utenti iOS

Un cyber attacco che manipola le impostazioni relative ai limiti di età sugli iPhone aziendali. L’obiettivo? Accedere ai dati dell’utente. In particolare, la modalità con cui agisce il nuovo malware è quella di nascondere le versioni originali e sicure di applicazioni di comune utilizzo, come ad esempio WhatsApp, per costringere l’utente, in questo caso si tratta di utenti aziendali, a installarne altre infette.

L’allarme arriva dagli esperti di Talos, il centro di ricerca per l’intelligence e la cyber security di Cisco, la multinazionale di IT statunitense. I ricercatori di Talos hanno infatti osservato il pericoloso “trucco” in un recente attacco mirato contro una dozzina di utenti che utilizzano il sistema operativo mobile di Apple.

Versioni compromesse di WhatsApp, Telegram, Imo e del browser Safari

I dispositivi in questione erano stati registrati su una falsa piattaforma Mdm (Mobile device management), uno strumento per la distribuzione di app su dispositivi aziendali. La falsa Mdm aveva quindi installato versioni compromesse di varie applicazioni, come WhatsApp, Telegram, Imo e del browser Safari.

Per fare ciò, gli aggressori hanno utilizzato l’opzione Restrizioni nelle Impostazioni presente sui dispositivi iOS, In pratica, hanno manipolato il parental control, la funzionalità rivolta ai genitori che consente loro di limitare l’accesso ad app specifiche, o di bloccarle, in base all’età dei loro figli.

Le finte app restano invisibili finché le restrizioni sono attivate

 

In ogni caso, la seconda parte dell’attacco consisteva appunto nel nascondere le app reali per costringere le vittime a utilizzare l’applicazione “trappola”. Con la mossa di utilizzare il blocco parentale, le finte app installate sul dispositivo restano infatti invisibili finché le restrizioni sono attivate, non permettendo quindi all’utente di vederle.

In assenza delle classiche applicazioni bloccate l’utente ignaro perciò installa, e utilizza, l’app falsa cadendo nel tranello dei cybercriminali, riferisce Askanews.

Spywere che raccolgono messaggi nelle chat, siti visitati, posizione, contatti e foto archiviate

In pratica le false app erano spyware, un software che raccoglie informazioni riguardanti l’attività online di un utente. Si tratta di un tipo di minaccia in grado di raccogliere dai messaggi nelle chat agli indirizzi dei siti visitati, nonché altri dettagli del dispositivo come la posizione, i contatti e anche le foto archiviate.

I ricercatori di Talos non hanno però ancora chiarito in che modo i dispositivi siano stati infettati, se, ad esempio, attraverso un accesso fisico, o con tecniche di ingegneria sociale.

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Lo stile di vita del maschio italiano sta cambiando. In meglio

A differenza dei loro padri e nonni oggi gli uomini sono molto più attenti alla cura del benessere, tanto da aver migliorato le proprie abitudini alimentari. Sembra infatti che  negli ultimi cinque anni abbiano modificato le propria dieta consumando una maggiore quantità di cibi proteici salutari, come carni bianche (pollo e tacchino), pesce e legumi.

Un’indagine condotta da Doxa/Unaitalia su un campione di uomini dai 20 ai 54 anni ha scoperto che oggi i modelli alimentari sono completamente diversi da quelli delle generazioni precedenti, e che tra uomini e donne  non ci sono più differenze a tavola. Anzi, sembra che siano proprio gli uomini a controllare di più quello che mangiano.

Il 70% degli uomini fa la spesa

Secondo la ricerca il 3% degli uomini italiani pensa che non ci siano differenze tra il loro stile di vita e quello delle generazioni precedenti.  Al contrario, l’indagine dichiara che le differenze ci sono eccome, ed emergono soprattutto nelle abitudini domestiche. Oggi 7 uomini su 10 affermano di fare la spesa e di occuparsi degli acquisti della casa, e il 66% ammette di curare maggiormente la propria alimentazione e il proprio benessere.

Oltre il 90% degli uomini italiani, poi, si dedica alla cucina, e solo l’8% dichiara di non farlo mai. Quasi tutti lo fanno per il piacere di farlo, per sé stessi e i propri familiari. E, sempre secondo il sondaggio, il 41% afferma di cucinare sempre, il 47% qualche volta, e solo il 4% dichiara di cucinare solo quando deve.

Cucinare è un piacere 

Cucinare sembra essere una necessità solo per il 28% del campione, ma per quasi tutti gli altri è un piacere. Il 27% di loro lo fa per divertimento, per un altro 25% cucinare è rilassante, mentre per il 15% è una vera e propria passione, riferisce Askanews.

Oggi inoltre gli uomini sono più attenti al proprio regime alimentare. Se il 50% di loro dichiara di curare l’alimentazione, ma senza eccessiva preoccupazione, più di uno su tre (il 36%) si definisce una buona forchetta, e afferma di avere un atteggiamento disinvolto a tavola.

Uomini e donne, nessuna differenza a tavola

Se comparati con i risultati del sondaggio precedente, l’indagine Doxa/Unaitalia del 2017 sulle abitudini alimentari femminili, l’indagine ‘al maschile’ rivela che tra  uomini e  donne italiane non c’è più differenza sull’attenzione rivolta all’alimentazione. La stessa percentuale (3%) ammette di seguire una dieta, mentre il 51% degli uomini (il 50% delle donne) si dice attento ma senza troppa ansia.

Al contrario di ogni stereotipo, l’11% dei maschi, rispetto al 4% delle donne, dichiara di curare l’alimentazione e di controllare cosa mangia. Sono infatti  più le donne (il 42% contro il 36% degli uomini) ad affermare di lasciarsi andare a tavola.

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Carpooling aziendale: condividere l’auto premia

Condividere le automobili tra un gruppo di persone per ridurre i costi del trasporto conviene. Perché è comodo e, fattore non meno importante, è sostenibile per l’ambiente. E fra colleghi di lavoro questa è una pratica sempre più frequente, anche fra gli italiani.

Si tratta del carpooling, un fenomeno in ascesa che, nel 2018 e secondo Jojob – l’operatore specializzato nel carpooling aziendale in Italia –  è aumentato del 90%.

Il tragitto casa-lavoro diventa smart

Casa-lavoro, il tragitto meno invitante, diventa quindi un modo pratico ed economico per sottrarre alle strade un enorme numero di auto, in crisi peraltro, per trovare parcheggio. Stesso discorso vale per i viaggi certificati, anch’essi in netto aumento, che nel 2017 hanno contributo ad un risparmio di anidride carbonica di 189 tonnellate.

Uno stile di vita etico e intelligente quello della mobilita sostenibile

Effettuare percorsi più o meno impegnativi tra casa e lavoro in modo “light” permette inoltre alle aziende di incentivare i dipendenti “carpooler” con rimborsi e benefit come buoni carburante, buoni Amazon, parcheggi riservati o buoni per articoli sportivi.

I conti in tasca ai carpooler

Ma a quanto si risparmia scegliendo la mobilità sostenibile?  La stima fatta da Jojob sulla propria attività è di 270.000 euro in soli sei mesi, per cinque giorni a settimana e un tragitto medio di quasi trenta km. Il ritratto del carpooler tipo è maschile e mediamente trentacinquenne, ma anche e donne ci si stanno avvicinando sempre più.

Come funziona? 

A spiegarlo è Gerard Albertengo, CEO e Founder di Jojob:“È interessante notare che nel 70% dei casi i carpooler ammettano di non suddividere le spese, ma di alternare l’uso dell’auto con cui viaggiare. Il 20% dei dipendenti invece non si preoccupa dei costi e fa viaggiare i passeggeri gratis, mentre infine il restante 10% sceglie di suddividerli tra i componenti dell’equipaggio”.

In Italia già 2.000 imprese condividono la macchina

In Italia sono bene oltre 2.000 le aziende che “condividono” l’auto per rendere i propri dipendenti partecipi a progetti di responsabilità sociale e ambientale. Di grande esempio, la maison di haute couture Salvatore Ferragamo, che per prima ha aderito alla funzione Bici e Piedi, ovvero il nuovo servizio di Jojob. Così come Mutti, Bulgari, Ducati, Lavazza, OVS, Philip Morris, Saipem, Reale Group, Findomestic, Laika, Gruppo MutuiOnline, Ferrero, IBM, Johnson&Johnson e Philips. Oltre la metà è dislocata nel Nod Italia, ma un ottimo riscontro lo si trova ovunque, isole comprese. In Campania infatti spiccano l’aeroporto di Napoli e l’Ente Autonomo Volturno (EAV), la più grande azienda di trasporto pubblico locale del Meridione.

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Inflazione da caro-carburanti. Aumentano i prezzi al consumo

Dopo la forte accelerazione dei prezzi al consumo del mese di maggio, cresciuti dell’1%, più che la ripresa dei consumi si fa sentire il peso del caro-carburanti. Anzi, i primi restano bloccati, perché non sostenuti da un aumento della capacità di spesa. Lo sostiene la Confesercenti, secondo la quale l’aumento dell’inflazione “non deriva da un miglioramento della domanda interna, che continua a mostrarsi debole. A pesare, piuttosto, sono gli effetti della corsa dei prezzi degli energetici, benzina e diesel in primo luogo”. Effetti che si faranno sentire anche nei prossimi mesi, “se non si interverrà a favore dei consumatori con un taglio delle accise”, suggerisce l’associazione.

Benzina aumentata dell’8%, gasolio del 10%

A maggio, riferisce Askanews, i prezzi sono aumentati anche per motivi legati a fattori stagionali, come evidenziano gli incrementi registrati dagli alimentari freschi. “Ma è innegabile che l’incidenza maggiore sia da attribuire agli energetici, e ai carburanti in particolare – sostiene ancora l’associazione dei commercianti -. Rispetto al maggio dell’anno scorso, i prezzi alla pompa della benzina sono aumentati dell’8%, quelli del gasolio del 10%”.

Si tratta di incrementi rilevanti, che con effetto domino, “si ripercuotono sull’intera filiera del sistema produttivo italiano”, commenta la Confesercenti.

I consumi continuano a rimanere al palo

I consumi invece, secondo l’associazione dei commercianti, “restano al palo: l’ultimo dato delle vendite, relativo ad aprile, segnala un vero e proprio crollo (-5,4% annuo), il peggiore degli ultimi cinque anni – sottolinea la Confesercenti -. Certamente ha pesato l’incertezza politica seguita allo stallo elettorale, ma il prolungato rallentamento della domanda interna è una spia preoccupante per la ripresa economica del paese. Serve un intervento urgente: senza una vera ripartenza dei consumi, sarà impossibile per l’economia italiana raggiungere i livelli di crescita delle altre economie europee”.

“La flat tax potrebbe essere una rivoluzione positiva per tutti”

“Su questo fronte – aggiunge la Confesercenti – la flat tax potrebbe essere una rivoluzione positiva per tutti: il suo impatto però deve essere tale da rigenerare il motore dell’economia interna, oggi decisamente ingolfato”. L’associazione auspica quindi che venga applicata una riforma fiscale intesa a ridurre il livello di prelievo fiscale. La diminuzione del numero degli adempimenti gravanti sui contribuenti potrebbe quindi essere decisiva per liberare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese. Ovviamente, “sempre nel segno dell’equità – puntualizza l’associazione – e della compatibilità con le esigenze di bilancio”.

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La Certificazione DPO non è obbligatoria. Lo dice il Garante

Non esistono titoli abilitanti o obbligatori sulla certificazione riferita al Data Protection Officer, il Responsabile della protezione dei dati, basata sulla Norma UNI 11697:2017. Lo chiarisce l’Autorità in risposta a Federprivacy, dopo che si era diffusa tra i professionisti l’idea che si trattasse di un titolo obbligatorio per poter rivestire il ruolo previsto dal nuovo Regolamento Europeo UE 2016/679.

La Certificazione DPO non equivale di per sé all’abilitazione per lo svolgimento di questo ruolo, e non rientra tra quelle disciplinate dall’art. 42 del GDPR. Perciò non può essere approvata dall’Autorità di controllo italiana, né dal Comitato europeo per la protezione dei dati, come neppure può risultare da essa una certificazione comune

Non esistono i presupposti per una “certificazione unificata” o obbligatoria del DPO

Fin dal 2012 la stessa Federprivacy è stata tra le prime associazioni a promuovere in Italia la certificazione delle competenze con quella rilasciata su schema proprietario da TÜV Italia per la figura di Privacy Officer e Consulente della Privacy. Figura professionale che a oggi conta già 400 esperti della materia che l’hanno conseguita.

In ogni caso, come chiarisce il garante, allo stato attuale non ci sono presupposti per una “certificazione unificata” o obbligatoria del Data Protection Officer, ma la possibilità per i professionisti di rivolgersi ad appositi enti per ottenere certificazioni basate su schemi proprietari o parimenti sulla predetta Norma UNI 11697.

Uno strumento per dimostrare il possesso di conoscenze, competenze e abilità

La Norma UNI 11697, chiarisce l’Autorità, “può rappresentare, comunque al pari di altri titoli, uno strumento per dimostrare il possesso da parte del professionista delle conoscenze, competenze e abilità necessarie allo svolgimento dello specifico ruolo”.

Inoltre, nella nota del Prot. N. 9530/2018 del 27 marzo 2018 indirizzata a Federprivacy, il Garante ha chiarito che da diversi anni esperti dell’Autorità partecipano ai lavori di normazione tecnica nazionale e internazionale, seguendo il tavolo dei lavori al quale è stata elaborata la Norma presso Uninfo, organizzazione di cui il Garante è socio di diritto dal 2015.

“Le certificazioni volontarie costituiscono un elemento di accountability ai fini del GDPR”

“Alla luce dei chiarimenti del Garante –  commenta il presidente di Federprivacy, Nicola Bernardi – auspichiamo che i professionisti aspiranti DPO siano ancor più motivati ad acquisire conoscenze specialistiche della materia piuttosto che illudersi che certi bollini o altre attestazioni formali costituiscano titoli abilitanti. D’altra parte – precisa Bernardi – non dobbiamo dimenticare che le certificazioni volontarie sono uno strumento molto utile, perché costituiscono un elemento di accountability ai fini del GDPR per poter dimostrare il possesso di determinate competenze che servono per rivestire un certo ruolo o per svolgere attività di consulenza”.

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Rimborsi 730: 9,5 miliardi recuperati dai contribuenti

Buone notizie per gli oltre 20 milioni di contribuenti italiani che presenteranno il modello 730: sono previsti infatti almeno 9,5 miliardi di rimborsi. A ogni dipendente il Fisco erogherà, attraverso il proprio datore di lavoro, un rimborso medio di circa 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.

Sono queste le prime stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia in concomitanza con la possibilità di accedere dal sito dell’Agenzia delle Entrate al proprio modello 730 precompilato relativo alla dichiarazione dei redditi 2018 (anno di imposta 2017).

Le principali voci di spesa per le quali si chiede il rimborso

Nel 2017 quasi 9,9 milioni di lavoratori dipendenti hanno presentato la dichiarazione annuale per recuperare le spese sanitarie (sconto fiscale medio di 150 euro pro capite), poco più di 4,3 milioni per recuperare le spese riferite alle ristrutturazioni edilizie (rimborso medio di 640 euro), e poco meno di 3,5 milioni per recuperare le spese assicurative (51 euro pro capite).

Tra i pensionati, invece, le domande per il recupero delle spese sanitarie hanno interessato oltre 7 milioni di persone (per un rimborso medio pro capite di 186 euro), 3,8 milioni per le ristrutturazioni edilizie (520 euro), e poco più di 1 milione per recuperare le spese assicurative (49 euro).

“Negli ultimi 20 anni il numero di modelli 730 è più che raddoppiato”

“Da qualche anno il modello 730 è diventato lo strumento fiscale più amato dai contribuenti italiani per recuperare detrazioni, deduzioni e oneri ai fini Irpef – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. Negli ultimi 20 anni il numero di modelli presentati è più che raddoppiato.

I fattori di questo “successo” vanno ricercati nel costo contenuto per chi si rivolge a un Caaf o a un professionista, e nella relativa semplicità di compilazione del 730 via web, riporta Adnkronos. Ma anche per i tempi relativamente brevi del rimborso, che per i dipendenti avviene con la busta paga di luglio, mentre per i pensionati con l’assegno di agosto o di settembre.

Dal 2013 anche i dipendenti che hanno perso il lavoro possono presentare il 730

L’incremento del numero dei modelli 730 avvenuto in questi ultimi anni dipende anche dal fatto che dal 2013 anche i lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro, e che sono privi di sostituto di imposta, possono presentarlo. Secondo le statistiche del ministero dell’Economia e delle Finanze sono stati 682.000 i contribuenti senza datore di lavoro che nel 2014 si sono avvalsi di questa possibilità, mentre nel 2017 il loro numero è salito a 1.139.000

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