Lo stile di vita del maschio italiano sta cambiando. In meglio

A differenza dei loro padri e nonni oggi gli uomini sono molto più attenti alla cura del benessere, tanto da aver migliorato le proprie abitudini alimentari. Sembra infatti che  negli ultimi cinque anni abbiano modificato le propria dieta consumando una maggiore quantità di cibi proteici salutari, come carni bianche (pollo e tacchino), pesce e legumi.

Un’indagine condotta da Doxa/Unaitalia su un campione di uomini dai 20 ai 54 anni ha scoperto che oggi i modelli alimentari sono completamente diversi da quelli delle generazioni precedenti, e che tra uomini e donne  non ci sono più differenze a tavola. Anzi, sembra che siano proprio gli uomini a controllare di più quello che mangiano.

Il 70% degli uomini fa la spesa

Secondo la ricerca il 3% degli uomini italiani pensa che non ci siano differenze tra il loro stile di vita e quello delle generazioni precedenti.  Al contrario, l’indagine dichiara che le differenze ci sono eccome, ed emergono soprattutto nelle abitudini domestiche. Oggi 7 uomini su 10 affermano di fare la spesa e di occuparsi degli acquisti della casa, e il 66% ammette di curare maggiormente la propria alimentazione e il proprio benessere.

Oltre il 90% degli uomini italiani, poi, si dedica alla cucina, e solo l’8% dichiara di non farlo mai. Quasi tutti lo fanno per il piacere di farlo, per sé stessi e i propri familiari. E, sempre secondo il sondaggio, il 41% afferma di cucinare sempre, il 47% qualche volta, e solo il 4% dichiara di cucinare solo quando deve.

Cucinare è un piacere 

Cucinare sembra essere una necessità solo per il 28% del campione, ma per quasi tutti gli altri è un piacere. Il 27% di loro lo fa per divertimento, per un altro 25% cucinare è rilassante, mentre per il 15% è una vera e propria passione, riferisce Askanews.

Oggi inoltre gli uomini sono più attenti al proprio regime alimentare. Se il 50% di loro dichiara di curare l’alimentazione, ma senza eccessiva preoccupazione, più di uno su tre (il 36%) si definisce una buona forchetta, e afferma di avere un atteggiamento disinvolto a tavola.

Uomini e donne, nessuna differenza a tavola

Se comparati con i risultati del sondaggio precedente, l’indagine Doxa/Unaitalia del 2017 sulle abitudini alimentari femminili, l’indagine ‘al maschile’ rivela che tra  uomini e  donne italiane non c’è più differenza sull’attenzione rivolta all’alimentazione. La stessa percentuale (3%) ammette di seguire una dieta, mentre il 51% degli uomini (il 50% delle donne) si dice attento ma senza troppa ansia.

Al contrario di ogni stereotipo, l’11% dei maschi, rispetto al 4% delle donne, dichiara di curare l’alimentazione e di controllare cosa mangia. Sono infatti  più le donne (il 42% contro il 36% degli uomini) ad affermare di lasciarsi andare a tavola.

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Carpooling aziendale: condividere l’auto premia

Condividere le automobili tra un gruppo di persone per ridurre i costi del trasporto conviene. Perché è comodo e, fattore non meno importante, è sostenibile per l’ambiente. E fra colleghi di lavoro questa è una pratica sempre più frequente, anche fra gli italiani.

Si tratta del carpooling, un fenomeno in ascesa che, nel 2018 e secondo Jojob – l’operatore specializzato nel carpooling aziendale in Italia –  è aumentato del 90%.

Il tragitto casa-lavoro diventa smart

Casa-lavoro, il tragitto meno invitante, diventa quindi un modo pratico ed economico per sottrarre alle strade un enorme numero di auto, in crisi peraltro, per trovare parcheggio. Stesso discorso vale per i viaggi certificati, anch’essi in netto aumento, che nel 2017 hanno contributo ad un risparmio di anidride carbonica di 189 tonnellate.

Uno stile di vita etico e intelligente quello della mobilita sostenibile

Effettuare percorsi più o meno impegnativi tra casa e lavoro in modo “light” permette inoltre alle aziende di incentivare i dipendenti “carpooler” con rimborsi e benefit come buoni carburante, buoni Amazon, parcheggi riservati o buoni per articoli sportivi.

I conti in tasca ai carpooler

Ma a quanto si risparmia scegliendo la mobilità sostenibile?  La stima fatta da Jojob sulla propria attività è di 270.000 euro in soli sei mesi, per cinque giorni a settimana e un tragitto medio di quasi trenta km. Il ritratto del carpooler tipo è maschile e mediamente trentacinquenne, ma anche e donne ci si stanno avvicinando sempre più.

Come funziona? 

A spiegarlo è Gerard Albertengo, CEO e Founder di Jojob:“È interessante notare che nel 70% dei casi i carpooler ammettano di non suddividere le spese, ma di alternare l’uso dell’auto con cui viaggiare. Il 20% dei dipendenti invece non si preoccupa dei costi e fa viaggiare i passeggeri gratis, mentre infine il restante 10% sceglie di suddividerli tra i componenti dell’equipaggio”.

In Italia già 2.000 imprese condividono la macchina

In Italia sono bene oltre 2.000 le aziende che “condividono” l’auto per rendere i propri dipendenti partecipi a progetti di responsabilità sociale e ambientale. Di grande esempio, la maison di haute couture Salvatore Ferragamo, che per prima ha aderito alla funzione Bici e Piedi, ovvero il nuovo servizio di Jojob. Così come Mutti, Bulgari, Ducati, Lavazza, OVS, Philip Morris, Saipem, Reale Group, Findomestic, Laika, Gruppo MutuiOnline, Ferrero, IBM, Johnson&Johnson e Philips. Oltre la metà è dislocata nel Nod Italia, ma un ottimo riscontro lo si trova ovunque, isole comprese. In Campania infatti spiccano l’aeroporto di Napoli e l’Ente Autonomo Volturno (EAV), la più grande azienda di trasporto pubblico locale del Meridione.

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Inflazione da caro-carburanti. Aumentano i prezzi al consumo

Dopo la forte accelerazione dei prezzi al consumo del mese di maggio, cresciuti dell’1%, più che la ripresa dei consumi si fa sentire il peso del caro-carburanti. Anzi, i primi restano bloccati, perché non sostenuti da un aumento della capacità di spesa. Lo sostiene la Confesercenti, secondo la quale l’aumento dell’inflazione “non deriva da un miglioramento della domanda interna, che continua a mostrarsi debole. A pesare, piuttosto, sono gli effetti della corsa dei prezzi degli energetici, benzina e diesel in primo luogo”. Effetti che si faranno sentire anche nei prossimi mesi, “se non si interverrà a favore dei consumatori con un taglio delle accise”, suggerisce l’associazione.

Benzina aumentata dell’8%, gasolio del 10%

A maggio, riferisce Askanews, i prezzi sono aumentati anche per motivi legati a fattori stagionali, come evidenziano gli incrementi registrati dagli alimentari freschi. “Ma è innegabile che l’incidenza maggiore sia da attribuire agli energetici, e ai carburanti in particolare – sostiene ancora l’associazione dei commercianti -. Rispetto al maggio dell’anno scorso, i prezzi alla pompa della benzina sono aumentati dell’8%, quelli del gasolio del 10%”.

Si tratta di incrementi rilevanti, che con effetto domino, “si ripercuotono sull’intera filiera del sistema produttivo italiano”, commenta la Confesercenti.

I consumi continuano a rimanere al palo

I consumi invece, secondo l’associazione dei commercianti, “restano al palo: l’ultimo dato delle vendite, relativo ad aprile, segnala un vero e proprio crollo (-5,4% annuo), il peggiore degli ultimi cinque anni – sottolinea la Confesercenti -. Certamente ha pesato l’incertezza politica seguita allo stallo elettorale, ma il prolungato rallentamento della domanda interna è una spia preoccupante per la ripresa economica del paese. Serve un intervento urgente: senza una vera ripartenza dei consumi, sarà impossibile per l’economia italiana raggiungere i livelli di crescita delle altre economie europee”.

“La flat tax potrebbe essere una rivoluzione positiva per tutti”

“Su questo fronte – aggiunge la Confesercenti – la flat tax potrebbe essere una rivoluzione positiva per tutti: il suo impatto però deve essere tale da rigenerare il motore dell’economia interna, oggi decisamente ingolfato”. L’associazione auspica quindi che venga applicata una riforma fiscale intesa a ridurre il livello di prelievo fiscale. La diminuzione del numero degli adempimenti gravanti sui contribuenti potrebbe quindi essere decisiva per liberare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese. Ovviamente, “sempre nel segno dell’equità – puntualizza l’associazione – e della compatibilità con le esigenze di bilancio”.

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La Certificazione DPO non è obbligatoria. Lo dice il Garante

Non esistono titoli abilitanti o obbligatori sulla certificazione riferita al Data Protection Officer, il Responsabile della protezione dei dati, basata sulla Norma UNI 11697:2017. Lo chiarisce l’Autorità in risposta a Federprivacy, dopo che si era diffusa tra i professionisti l’idea che si trattasse di un titolo obbligatorio per poter rivestire il ruolo previsto dal nuovo Regolamento Europeo UE 2016/679.

La Certificazione DPO non equivale di per sé all’abilitazione per lo svolgimento di questo ruolo, e non rientra tra quelle disciplinate dall’art. 42 del GDPR. Perciò non può essere approvata dall’Autorità di controllo italiana, né dal Comitato europeo per la protezione dei dati, come neppure può risultare da essa una certificazione comune

Non esistono i presupposti per una “certificazione unificata” o obbligatoria del DPO

Fin dal 2012 la stessa Federprivacy è stata tra le prime associazioni a promuovere in Italia la certificazione delle competenze con quella rilasciata su schema proprietario da TÜV Italia per la figura di Privacy Officer e Consulente della Privacy. Figura professionale che a oggi conta già 400 esperti della materia che l’hanno conseguita.

In ogni caso, come chiarisce il garante, allo stato attuale non ci sono presupposti per una “certificazione unificata” o obbligatoria del Data Protection Officer, ma la possibilità per i professionisti di rivolgersi ad appositi enti per ottenere certificazioni basate su schemi proprietari o parimenti sulla predetta Norma UNI 11697.

Uno strumento per dimostrare il possesso di conoscenze, competenze e abilità

La Norma UNI 11697, chiarisce l’Autorità, “può rappresentare, comunque al pari di altri titoli, uno strumento per dimostrare il possesso da parte del professionista delle conoscenze, competenze e abilità necessarie allo svolgimento dello specifico ruolo”.

Inoltre, nella nota del Prot. N. 9530/2018 del 27 marzo 2018 indirizzata a Federprivacy, il Garante ha chiarito che da diversi anni esperti dell’Autorità partecipano ai lavori di normazione tecnica nazionale e internazionale, seguendo il tavolo dei lavori al quale è stata elaborata la Norma presso Uninfo, organizzazione di cui il Garante è socio di diritto dal 2015.

“Le certificazioni volontarie costituiscono un elemento di accountability ai fini del GDPR”

“Alla luce dei chiarimenti del Garante –  commenta il presidente di Federprivacy, Nicola Bernardi – auspichiamo che i professionisti aspiranti DPO siano ancor più motivati ad acquisire conoscenze specialistiche della materia piuttosto che illudersi che certi bollini o altre attestazioni formali costituiscano titoli abilitanti. D’altra parte – precisa Bernardi – non dobbiamo dimenticare che le certificazioni volontarie sono uno strumento molto utile, perché costituiscono un elemento di accountability ai fini del GDPR per poter dimostrare il possesso di determinate competenze che servono per rivestire un certo ruolo o per svolgere attività di consulenza”.

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Rimborsi 730: 9,5 miliardi recuperati dai contribuenti

Buone notizie per gli oltre 20 milioni di contribuenti italiani che presenteranno il modello 730: sono previsti infatti almeno 9,5 miliardi di rimborsi. A ogni dipendente il Fisco erogherà, attraverso il proprio datore di lavoro, un rimborso medio di circa 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.

Sono queste le prime stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia in concomitanza con la possibilità di accedere dal sito dell’Agenzia delle Entrate al proprio modello 730 precompilato relativo alla dichiarazione dei redditi 2018 (anno di imposta 2017).

Le principali voci di spesa per le quali si chiede il rimborso

Nel 2017 quasi 9,9 milioni di lavoratori dipendenti hanno presentato la dichiarazione annuale per recuperare le spese sanitarie (sconto fiscale medio di 150 euro pro capite), poco più di 4,3 milioni per recuperare le spese riferite alle ristrutturazioni edilizie (rimborso medio di 640 euro), e poco meno di 3,5 milioni per recuperare le spese assicurative (51 euro pro capite).

Tra i pensionati, invece, le domande per il recupero delle spese sanitarie hanno interessato oltre 7 milioni di persone (per un rimborso medio pro capite di 186 euro), 3,8 milioni per le ristrutturazioni edilizie (520 euro), e poco più di 1 milione per recuperare le spese assicurative (49 euro).

“Negli ultimi 20 anni il numero di modelli 730 è più che raddoppiato”

“Da qualche anno il modello 730 è diventato lo strumento fiscale più amato dai contribuenti italiani per recuperare detrazioni, deduzioni e oneri ai fini Irpef – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. Negli ultimi 20 anni il numero di modelli presentati è più che raddoppiato.

I fattori di questo “successo” vanno ricercati nel costo contenuto per chi si rivolge a un Caaf o a un professionista, e nella relativa semplicità di compilazione del 730 via web, riporta Adnkronos. Ma anche per i tempi relativamente brevi del rimborso, che per i dipendenti avviene con la busta paga di luglio, mentre per i pensionati con l’assegno di agosto o di settembre.

Dal 2013 anche i dipendenti che hanno perso il lavoro possono presentare il 730

L’incremento del numero dei modelli 730 avvenuto in questi ultimi anni dipende anche dal fatto che dal 2013 anche i lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro, e che sono privi di sostituto di imposta, possono presentarlo. Secondo le statistiche del ministero dell’Economia e delle Finanze sono stati 682.000 i contribuenti senza datore di lavoro che nel 2014 si sono avvalsi di questa possibilità, mentre nel 2017 il loro numero è salito a 1.139.000

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La pausa caffè diventa sempre più “automatica”. E green

I distributori automatici di snack e caffè segnano un boom: i dati del settore confermano il trend in crescita, con quasi 5 miliardi di consumazioni (4 miliardi e 960 milioni) erogate nel 2016. Secondo quanto rileva uno studio di Confida, l’associazione Italiana della distribuzione automatica, in collaborazione con Accenture, le cosiddette “vending machine” raggiungono un fatturato di 1,83 miliardi di euro, con un aumento di 0,48% rispetto all’anno precedente. E caffè e snack sono in testa alle preferenze dei consumatori.

Gli italiani acquistano cibi e bevande ai distributori automatici almeno 2 volte a settimana

Mancanza di tempo, cambiamenti negli stili di vita e delle abitudini alimentari, comodità e perché no, qualche piccolo risparmio, inducono ogni italiano ad acquistare cibi e bevande almeno 2 volte a settimana ai distributori automatici. “Gli italiani sono dei grandi consumatori ai distributori automatici forse perché stiamo più spesso fuori casa e dunque consumiamo più pasti fuori casa”, spiega all’Adnkronos Michele Adt, direttore generale di Confida.

Il caffè è il prodotto più gettonato, ma l’offerta delle vending machine si sta ampliando

Il caffè è il prodotto più gettonato, con 2,7 miliardi di consumazioni rappresenta il 55,5% del totale, seguito dall’acqua con 722 milioni, Anche le bevande calde però stanno aumentando, come il ginseng, il tè, e gli snack a base di frutta secca. “L’offerta delle vending machine si sta ampliando ed è in grado di soddisfare esigenze nutrizionali e gusti differenti – prosegue il direttore generale – ad esempio quest’anno si è registrato un aumento del 21% dei prodotti senza glutine, una crescita dei prodotti a chilometro zero ed equo solidali. E poi sono cresciute determinate gamme di prodotti come la frutta secca oppure i succhi 100% frutta. Mentre la vendita di bevande gasate è in calo”.

I distributori automatici sono sempre più green

In Italia sono oltre 800 mila i distributori automatici installati. Le macchine sono ubicate presso aziende pubbliche e private, ospedali, scuole, università, ma anche nei luoghi di transito come aeroporti, stazioni, metropolitane. Sono aperte 24 ore al giorno e monitorate a livello di norme igienico-sanitarie. E diventano sempre più green: la sostenibilità ambientale ha infatti conquistato anche il settore dei distributori automatici, tanto che il 71% degli associati a Confida dichiara di adottare ormai soluzioni sostenibili, come distributori automatici a induzione, che risparmiano il 90% di energia, e i fondi di caffè vengono riutilizzati per produrre funghi commestibili o energia pulita. Sono poi disponibili anche snack con cioccolato 100% equo-solidale, o capsule del caffè di plastica riciclata.

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Coldiretti smaschera i fake nel carrello della spesa

Un prodotto alimentare su quattro è a rischio “fake”, ovvero, non riporta la sua origine sull’etichetta. Si tratta di prodotti confezionati, che hanno solo l’obbligo di riportare il luogo di confezionamento, ma non l’origine degli ingredienti. Questo è quanto emerge da un’analisi della Coldiretti, che in occasione dell’avvio della raccolta firme per la petizione #stopcibofalso, ha smascherato i prodotti della spesa meno sicuri dal punto di vista della tracciabilità. L’associazione chiede quindi al Parlamento Europeo che i consumatori abbiano la possibilità di conoscere esattamente da dove arriva il cibo che portano in tavola.

“Due prosciutti su tre venduti in Italia provengono da maiali allevati all’estero”

Dai salumi alle marmellate fino ai sughi pronti, i sottaceti, i succhi di frutta, ma anche il pane e il latte in polvere per i bambini: su questi prodotti spesso sull’etichetta non viene indicata l’origine degli ingredienti. “Due prosciutti su tre venduti oggi in Italia provengono da maiali allevati all’estero senza che questo venga evidenziato chiaramente in etichetta, dove non è ancora obbligatorio indicare l’origine”, sottolinea la Coldiretti. Così avviene anche “per il fiume di 200 milioni di chili di succo di arancia straniero che valica le frontiere e finisce nelle bevande all’insaputa dei consumatori, perché in etichetta viene segnalato solo il luogo di confezionamento”, aggiunge l’associazione.

Nove italiani su dieci vogliono conoscere la provenienza del cibo

Il rischio fake nel cibo spaventa soprattutto per le possibili conseguenze sulla salute delle persone. Come riferisce Ansa, si tratta di un problema che “riguarda in realtà tutti i salumi, la frutta trasformata in generale (dalle confetture alle conserve), l’insalata in busta, il pane o i funghi conservati che spesso arrivano dalla Cina, paese ai vertici mondiali per gli allarmi alimentari – rileva la Coldiretti -. Non è un caso che 9 italiani su 10 ritengano importante per la sicurezza alimentare conoscere la provenienza del cibo che consumano, secondo la consultazione on line del Ministero delle Politiche Agricole”.

Una mobilitazione necessaria contro gli alimenti di bassa qualità

La mobilitazione popolare organizzata da Coldiretti con la raccolta firme #stopcibofalso punta quindi a “fermare il cibo falso e proteggere la salute, tutelare l’economia, bloccare le speculazioni e difendere l’agricoltura italiana”, spiega ancora Coldiretti. E aggiunge che “nonostante i passi in avanti, permangono ancora ampie zone d’ombra e ogni giorno rischiano di finire nel piatto alimenti di bassa qualità e origine incerta che mettono a rischio la salute”.

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Italiani brava gente: spendiamo 19 miliardi all’anno in attività illegali

Stupefacenti, prostituzione, contrabbando: ecco i settori in cui vengono consumati in Italia 19 miliardi di euro all’anno. Un business gigantesco di attività illegali. L’allarme arriva dall’Ufficio studi della Cgia, secondo la quale all’uso di sostanze stupefacenti vanno 14,3 miliardi, ai servizi di prostituzione 4 miliardi e per il contrabbando di sigarette 600 milioni di euro. Questo mercato “sommerso”, inoltre, sembra non conoscere ne crisi ne battute d’arresto, anzi: negli ultimi quattro anni il valore del “comparto” è cresciuto di 4 punti percentuali.

Un punto di Pil il prezzo da pagare

“Lungi dall’esprimere alcun giudizio etico è comunque deplorevole che gli italiani spendano per beni e servizi illegali più di un punto di Pil all’anno. L’ingente giro d’affari che questa economia produce, costringe tutta la comunità a farsi carico di un costo sociale altrettanto elevato. Senza contare che il degrado urbano, l’insicurezza, il disagio sociale e i problemi di ordine pubblico provocati da queste attività hanno effetti molto negativi sulla qualità della vita dei cittadini e degli operatori economici che vivono e operano nelle zone interessate dalla presenza di queste manifestazioni criminali” afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.

Un conto sempre in difetto

“Tra le attività illegali l’Istat include solo le transazioni illecite in cui c’è un accordo volontario tra le parti, come il traffico di droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette e non, ad esempio, i proventi da furti, rapine, estorsioni, usura, etc” aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason. “Una metodologia, quest’ultima, molto discutibile che è stata suggerita dall’agenzia statistica della Comunità europea che, infatti, ha scatenato durissime contestazioni da parte di molti economisti che, giustamente, ritengono sia stato inopportuno aumentare il reddito nazionale attraverso l’inclusione del giro di affari delle organizzazioni criminali”.

La portata di questi affari illeciti, controllati da organizzazioni criminali, trova una conferma indiretta anche dal numero di segnalazioni pervenute negli anni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Tra il 2009 e il 2016 (ultimo dato annuale disponibile), le segnalazioni sono aumentate di quasi il 380%. Il riciclaggio è la tipologia maggiormente segnalata.

Le regioni dove si registra la maggiore criticità

Lombardia (253,5), Liguria (185,3) e Campania (167) sono le regioni italiane che nel 2016 hanno registrato il numero più alto di segnalazioni (ogni 100 mila abitanti). Su base provinciale, le situazioni più critiche (oltre 200 segnalazioni ogni 100.000 abitanti) si verificano nelle province di confine di Como, Varese, Imperia e Verbano-Cusio-Ossola.

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Bancomat, buone notizie allo sportello: giù le commissioni

Il Bancomat, sempre più compagno fisso degli italiani, ci costerà un po’ meno. Anche il nostro Paese, infatti, finalmente si adegua al trend europeo e taglia le commissioni sul pagamento elettronico. La nuova strada è stata definita dal Cdm, che ha recepito una direttiva Ue sui servizi di pagamento nell’Unione europea e sulle commissioni interbancarie sulle operazioni con carte di pagamento.

Fissati i limiti delle commissioni interbancarie

In base alla nuova normativa, la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà superare lo 0,2% del valore dell’operazione stessa per quello che riguarda i pagamenti con bancomat e prepagata. Per le operazioni con la carta di credito, invece, la  commissione interbancaria non dovrà oltrepassare lo 0,3% del valore dell’operazione stessa. Ma ci sono anche ulteriori vantaggi per gli utenti: la franchigia massima a carico degli utilizzatori in caso di pagamenti non autorizzati scende da 150 a 50 euro. E, ovviamente, viene applicato anche il divieto di surcharge, ovvero di applicare dei sovrapprezzi per le transazioni con pagamenti elettronici.

Cosa cambia per gli importi “mini”

Per le operazioni nazionali,  i prestatori di servizi di pagamento dovranno applicare, a prescindere dalla carta che si utilizza, una commissione ridotta rispetto a quella altrimenti applicata per i pagamenti fino a 5 euro. In questo modo si vuole incentivare l’uso delle carte, rispetto al contante, anche per i piccoli pagamenti. Per le operazioni nazionali effettuate tramite carta di debito, fino al dicembre 2020 i prestatori di servizi potranno applicare una commissione interbancaria non superiore all’equivalente dello 0,2% calcolato sul valore medio annuo di tutte le operazioni nazionali tramite carta di debito all’interno di ciascuno schema di carta di pagamento.

I commercianti soddisfatti

I commercianti sembrerebbero contenti “anche se – precisa Confcommercio in una nota – si tratta delle commissioni interbancarie e non di quelle a carico delle imprese”. “Non vorremmo, però, che il Governo usi questo stesso provvedimento per introdurre anche le sanzioni per le imprese che non accettano pagamenti elettronici” precisa l’associazione dei commercianti,  sottolineando che “se l’obiettivo è quello di diffondere sempre di più l’uso di questi strumenti di pagamento, la via non è certo quella di prevedere misure ingiuste e penalizzanti. Occorre intervenire sulla riduzione delle commissioni applicate dalle banche alle imprese che restano ancora troppo elevate e che, nel caso di pagamenti di piccoli importi e per alcuni settori in particolare, come distributori di carburante, tabaccai, giornalai, assorbono molto spesso i margini di profitto degli imprenditori”.

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Otto app da non scaricare da Android: la lista di Eset

Il pericolo corre in rete. E’ di questi giorni la notizia che sullo store ufficiale di Google sono state identificate otto App particolarmente pericolose per i sistemi Android. Le app in questione, che peraltro dovrebbero già essere state rimosse dallo store, sono in grado di infettare lo smartphone o il tablet con un software aggressivo, battezzato come Android/TrojanDropper.Agent.BKY.

Il malware identificato dai ricercatori Eset

Il malware è stato scoperto e identificato dai ricercatori di Eset, casa produttrice di software specializzata in sicurezza, che sul sito del Cert (Computer Emergency Response Team), hanno illustrato i rischi connessi a queste applicazioni “cattive”, che non richiedono autorizzazioni particolari e che, agli occhi di un utente magari non espertissimo, sembrano “perfettamente legittime”.

Le mosse invisibili del virus nascosto

“Per evitare di essere individuato, queste malware utilizza tecniche di offuscamento basate su cifratura e un’architettura multistadio. Una volta lanciata una di queste App infette, il codice malevolo al suo interno decifra ed esegue il primo stadio di payload che decifra e esegue un secondo stadio, memorizzato tra le risorse dell’App scaricata da Google Play” spiegano i ricercatori.  “Il payload di secondo stadio scarica un’altra App malevola da un URL codificato al suo interno”, che rappresenta il terzo stadio del malware. Tutte azioni che avvengono in maniera completamente invisibile e consentono al malware di passare inosservato. Dopo circa cinque minuti, dicono gli esperti come riporta AdnKronos, “viene richiesto di installare l’App di terzo stadio scaricata in forma di APK”, che appare “sotto forma di un noto software di larga diffusione come Adobe Flash Player” o altre App legittime come, ad esempio, ‘Android Update’ o ‘Adobe Update’.

Il malware inganna fino al quarto stadio

Dopo questo terzo stadio, l’ultima mossa è “ingannare l’utente inducendolo a scaricare sul dispositivo il quarto e ultimo stadio di infezione e a concedergli le autorizzazioni necessarie a svolgere le sue azioni malevole” spiega la società di sicurezza.

I nomi delle App cattive

Ovviamente Google è stata subito informata della presenza di questi prodotti pericolosi perché li rimuovesse dal proprio store, In ogni caso, i nomi delle App malevole sono  ‘MEX Tools’, ‘Cleaner for Android’, ‘Clear Android’, ‘World News’, ‘WORLD NEWS’, ‘World News PRO’ più altre due chiamate ‘gotov.games.toppro’ e ‘slots.forgame.vul’.

Le raccomandazioni da seguire sempre

Insieme all’allerta, arrivano anche le raccomandazioni per gli utenti Android, invitati a: “Non scaricare App dagli store non ufficiali, di verificare attentamente la reputazione di un’App di dubbia origine presente su Google Play e di installare e mantenere aggiornata una soluzione antivirus sul proprio dispositivo”.

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