Nove imprese su dieci “assumono” un influencer (ma solo per eventi speciali)

L’utilizzo dei social da parte delle aziende e l’affermarsi del fenomeno degli influencer sta facendo crescere il numero di campagne di influencer marketing per accrescere e diversificare i contenuti per il target di riferimento delle imprese. E 9 aziende su 10 hanno coinvolto almeno un influencer nel proprio piano di comunicazione. Soprattutto su Instagram, Facebook e Youtube.

Ma che ruolo assegnano le aziende alle nuove personalità del mondo social all’interno dei propri piani di marketing? A questa domanda risponde il secondo appuntamento dell’Osservatorio Influencer Marketing (Oim) realizzato da Ipsos e Flu, agenzia italiana parte di Uniting Group Holding, specializzata in influencer marketing.

Raggiungere direttamente il proprio target di riferimento

Perché i brand coinvolgono gli influencer? Secondo l’osservatorio Oim la prima ragione è la necessità di raggiungere direttamente il proprio target di riferimento (88%), mentre la seconda è la necessità di fare brand awareness (85%), e la terza è il bisogno di migliorare il percepito della marca verso il target di riferimento (76%). Gli influencer scelti dalle aziende come brand ambassador non sono Vip, ma persone specializzate in tematiche specifiche, e note quindi all’interno di community di riferimento rispetto alle quali godono di molta credibilità. Come già emerso nel primo osservatorio Oim gli utenti dichiaravano di seguire con maggiore fiducia i consigli delle personalità social esperte nei temi a loro più cari, preferendoli ai volti più noti.

Una collaborazione attivata solo in occasione di eventi o iniziative speciali

Le collaborazioni con gli influencer nella maggior parte dei casi non sono continuative ma temporanee. Il 66% degli intervistati dichiara, infatti, di attivare la collaborazione con uno o più influencer solo in occasione di eventi o iniziative speciali. E solo il 34% dichiara di avvalersi di questo strumento in modo continuativo, come parte integrante della strategia di comunicazione. Se si considera, poi, da chi vengono ideate e gestite le campagne di influencer marketing, 4 aziende su 5 dichiarano di avvalersi del supporto sia di specialisti del marketing interni sia di realtà esterne esperte specializzate in ambito influencer marketing (42%). Solo un’azienda su cinque dichiara di realizzare tutto internamente.

Un ribaltamento della modalità di promuovere il marchio

Per validare l’efficacia della scelta di un influencer le aziende si affidano prevalentemente alle cosiddette vanity metrics, ovvero l’engagement generato dai contenuti condivisi e dal profilo dell’influencer (numero di like, di commenti, recensioni e altre interazioni). I brand valutano poi i contatti (reach, true reach e il numero di visualizzazioni), e il sentiment generato dai post, le brand associations, e gli aggettivi dei tags, riporta Adnkronos.

“L’adesione non è alla marca, ma alla marca attraverso l’influencer – afferma Claudia Ballerini, Head of Quantitative Business Unit di Ipsos -. È necessario, infatti, un ribaltamento della modalità comune di promuovere la marca, perché si lascia la comfort zone della comunicazione tradizionale e si entra in un mondo che, seppur studiato, può essere un po’ imprevedibile”.

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Addio bollettino Rav, arriva pagoPA

Nelle cartelle di Agenzia delle entrate-Riscossione il nuovo modulo di pagamento pagoPA sostituirà gradualmente il bollettino Rav, che nel 2018 è stato utilizzato da cittadini e imprese per oltre 15 milioni di pagamenti di cartelle e avvisi, circa il 90% del totale delle transazioni. PagoPA è il sistema dei pagamenti realizzato dallo Stato e gestito dalla nuova società pagoPA nell’ambito dell’attuazione dell’Agenda Digitale Italiana. E la sua adozione rappresenta un ulteriore passo in avanti nell’ambito del percorso di innovazione intrapreso da Agenzia delle entrate-Riscossione per offrire servizi sempre più accessibili, tempestivi e facili da utilizzare.

Il nuovo modulo include il QR code per pagare anche con lo smartphone

Il nuovo modulo permette di trovare rapidamente le informazioni di cui il contribuente ha bisogno, di aggiornare l’importo dovuto alla data del versamento, e include il QR code per pagare facilmente anche attraverso lo smartphone. Come con il bollettino Rav si può pagare online, oppure presso Poste, banche, tabaccherie e tutti gli altri canali aderenti al nodo pagoPA. Basta portare con sé il modulo di pagamento inserito in cartella.

I bollettini Rav collegati a comunicazioni già inviate, come ad esempio per la rottamazione -ter delle cartelle, potranno continuare a essere utilizzati per il pagamento. Lo stesso vale per le comunicazioni inviate ancora con i Rav finché che non si concluderà la fase di passaggio a pagoPA, riporta Adnkronos.

2,2 milioni di operazioni effettuate nei primi otto mesi del 2019

Negli ultimi tre anni sono stati 4,7 milioni i pagamenti tramite il sistema pagoPA ricevuti dall’Agenzia delle entrate-Riscossione. Da poco più di 256 mila transazioni del 2017, quando l’Agenzia ha cominciato ad attivare il nuovo sistema per i propri canali web nei primi otto mesi del 2019 si è passati a 2,2 milioni di operazioni effettuate. Questo, a seguito dell’estensione di pagoPA anche agli altri operatori aderenti al nuovo sistema di pagamento elettronico.

Già oggi infatti sempre più contribuenti scelgono di pagare cartelle e avvisi utilizzando canali di pagamento alternativi allo sportello. Nel 2018 sono state registrate circa 15,8 milioni di transazioni (oltre il 90% del totale), mentre sono stati 1,4 milioni i versamenti effettuati agli sportelli della riscossione, ormai più orientati alla funzione di assistenza dei contribuenti.

Allo sportello, via web o con l’app

Chi si reca agli sportelli fisici, come posta, banca o agli sportelli dell’Agenzia di Riscossione, può consegnare il modulo pagoPA all’operatore, che utilizzerà la sezione con i dati riferiti al canale di pagamento scelto. Chi invece paga tramite i servizi telematici, come il portale dell’Ente di Riscossione o l’home banking, deve inserire il Codice modulo di pagamento di 18 cifre e l’importo da pagare riportati nel modulo pagoPA. Ancora più semplice il pagamento con smartphone e tablet tramite app. Basta inquadrare il QR Code o il Data Matrix (sul modulo sono i codici rappresentati da un codice a barre quadrato), e il sistema identifica subito il relativo versamento.

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In Italia tariffe di telefonia mobile tra le meno care d’Europa

In Italia i piani tariffari per la telefonia mobile sono tra i più economici d’Europa. Se pensiamo di spendere troppo per messaggi, chiamate e utilizzo di Internt dal nostro smartphone, quindi, ci sbagliamo. Nonostante gli ultimi rincari avvenuti sui clienti con contratti già attivi, in Italia nel corso dell’ultimo anno le tariffe di telefonia mobile sono diminuite del 20%. E oggi un cliente che cambia operatore spende, in media, 12,50 euro al mese, con un traffico dati di circa 45 GB.

Uno studio focalizzato sui piani tariffari intermedi di 12 Paesi europei

La conferma arriva da Facile.it, che ha confrontato le tariffe di telefonia mobile di fascia media proposte nel mese di giugno 2019 in diversi paesi europei, quali Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Norvegia, Olanda, Polonia, Spagna, oltre, ovviamente, all’Italia.

L’analisi ha preso in considerazione un mix di piani tariffari rappresentativi per ogni Paese, calcolando un valore medio sia in termini di costi sia in termini di traffico dati. Lo studio si è focalizzato sulla fascia intermedia dell’offerta, escludendo quindi le proposte entry level e quelle più costose.

Meno cari di noi solo Polonia e Francia

Ciò che è emerso da questo confronto è che sono pochi gli Stati che fanno meglio dell’Italia. Il Paese più economico di tutti è la Polonia, con 6 euro al mese e 72 euro l’anno, il 52% in meno rispetto al nostro Paese. Ma tra gli Stati europei più economici dell’Italia si trova anche la Francia, dove, in media, si spendono 9 euro al mese, per un totale di 107 euro l’anno. La bolletta italiana risulta perciò più alta del 40% rispetto a quella francese.

In Norvegia si spende il 126% in più rispetto all’Italia

La Norvegia è invece la nazione più cara: a Oslo si spendono, in media, circa 28 euro al mese, pari a 340 euro l’anno, il 126% in più rispetto a quanto spendono gli italiani. Tariffe alte però anche in Spagna e in Gran Bretagna, riporta Adnkronos. Se però si punta l’attenzione sui GB, con i dati di traffico incluso, nella fascia tariffaria analizzata da Facile.it lo scenario cambia sensibilmente. L’unico Paese che batte l’Italia è la Francia. Oltralpe con 9 euro i clienti ottengono in media 50 GB di traffico dati al mese. Sul podio, ma dopo l’Italia, si posiziona invece l’Irlanda, dove è possibile contare, sempre in media, su circa 22 GB di dati ogni mese.

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Furti d’auto, ecco le dritte per non farsi “fregare” la macchina

Per molti italiani la macchina è un oggetto di grande valore, da trattare con la massima cura. Eppure, c’è sempre un pericolo in agguato: il furto. E oggi più che mai l’allerta è alta, perché dopo 5 anni di costante, graduale calo, il numero dei furti d’auto nel nostro Paese è ritornato a crescere. Secondo i primi dati elaborati dal Ministero dell’Interno, nel 2018 sono stati 105.239 gli autoveicoli sottratti, +5,2% rispetto ai 99.987 registrati nel 2017. Un dato preoccupante, specie se si considera che la percentuale di auto rubate ritrovate si attesta solo al 40%.

I consigli degli esperti

Per mettere al sicuro la propria quattroruote, specie di questi tempi dove le nuove modalità hi-tech consentono di forzare un’auto e metterla in moto anche in meno di 60 secondi, arrivano i consigli degli esperti di LoJack, realtà specializzata nel rilevamento e recupero di auto rubate. Pronto quindi il decalogo, particolarmente utile quando si entra nel clima vacanziero e si rischia di essere più distratti del solito. Il vademecum prevede indicazione che solo in apparenza possono sembrare banali e suggerimenti per contrastare le nuove modalità hi-tech di sottrazione.

In moto e al parcheggio

Ecco le principali dritte. Non lasciare l’auto accesa e con le chiavi inserite, nemmeno per pochi secondi (come quando si è in doppia fila); anche se fa caldo, prima di lasciare l’auto chiudere sempre i finestrini e il tettuccio: ai ladri esperti servono solo pochi centimetri per fare il colpaccio. Non lasciare l’auto di notte in parcheggi isolati o incustoditi. Anche se, soprattutto nel periodo estivo, non si usa quotidianamente l’auto, verificare ogni giorno che sia parcheggiata nel punto in cui è stata lasciata. Denunciare subito l’eventuale furto aumenta la possibilità di ritrovare la vettura, specie se questa è dotata di un dispositivo di rilevamento hi-tech. E’ utile osservare con attenzione il luogo in cui si parcheggia: se per terra ci sono frammenti di vetro, è sego che l’area è a rischio furto o vandalismo. Non parcheggiare sempre nello stesso posto, le abitudini danno modo al ladro di organizzare al meglio il furto.

Attenzione alle truffe

Sempre più spesso i ladri utilizzano un escamotage come un finto incidente (con la tecnica dello specchietto, il lancio di piccole pietre sul fianco dell’auto o ancora un lieve tamponamento) per costringere i guidatori (soprattutto donne e anziani) a fermarsi, scendere dall’auto e sottrargliela. In autostrada quando si sosta all’autogrill o quando si parcheggia in un centro commerciale  e si chiude la vettura a distanza tramite una smart key, controllare sempre manualmente l’avvenuta chiusura delle portiere. Un ladro, appostato nelle vicinanze, potrebbe aver disturbato il segnale con un jammer per poi entrare indisturbato nel veicolo.

Sì alla protezione

Per mettersi al riparo da questo genere di furti, è utile installare sulla propria vettura  un sistema di antifurto. Ancora, si consiglia di proteggere la chiave della macchina, custodendola in un “card protector” che ne impedisca la clonazione o che blocchi la sempre più diffusa modalità di furto hi-tech “relay attack”, con la quale i ladri, utilizzando ripetitori in radiofrequenza, riescono a riprodurre la comunicazione tra l’auto e la sua chiave.

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Contraffazione, ogni anno in Italia bruciati 10,5 miliardi

Le perdite annuali dovute alla contraffazione e alla pirateria in 11 settori economici chiave per l’Ue ammontano a 60 miliardi di euro l’anno. Dato che i produttori legittimi producono meno di quanto avrebbero fatto in assenza di contraffazione, offrendo quindi lavoro a meno manodopera, un’analisi dell’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (Euipo) stima che nei settori interessati, in tutta l’Ue, le perdite dirette arrivino fino a 468 000 posti di lavoro. E la stessa analisi riporta che oltre un sesto delle perdite complessive è subito all’Italia, che vede bruciati dalla contraffazione 10,5 miliardi di euro ogni anno, pari al 10,1% delle vendite negli 11 settori. e a 174 euro per cittadino italiano ogni anno.

Dalla musica ai giocattoli fino agli alcolici: i settori più contraffatti della Ue

Quella pubblicata dall’Euipo è la seconda valutazione settoriale dell’impatto economico della contraffazione e della pirateria in settori economici chiave, noti per essere vulnerabili alle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale. In particolare, si tratta dei settori relativi a cosmetici e igiene personale, abbigliamento, calzature e accessori, articoli sportivi, giocattoli e giochi, gioielleria e orologi, borse e valigie, musica registrata, alcolici e vini, prodotti farmaceutici, pesticidi e smartphon. Che sono costretti a rinunciare complessivamente al 7,4 % di tutte le loro vendite, riferisce Askanews.

Abbigliamento, calzature e accessori in Italia perdono il 13,7 % delle vendite

Dalla prima analisi di Euipo (2018) il volume delle vendite perse è diminuito a livello dell’Ue in tutti i settori esaminati tranne due, abbigliamento, calzature e accessori, e cosmetici e igiene personale. Il settore dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori è il più grande in termini di volume delle vendite e di occupazione. Secondo le stime, in tutta l’Ue, il settore ha perso vendite pari a circa 28,4 miliardi di euro ogni anno, ovvero il 9,7% delle vendite complessive.

Mentre in Italia, le vendite perse nel settore dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori dovute alla contraffazione, sono stimate a circa 6,4 miliardi di euro all’anno, pari a circa il 13,7 % delle vendite.

Cosmetici e dell’igiene personale, stimati 7 miliardi di perdite

Nell’Unione la presenza sul mercato di merci contraffatte porta a una perdita stimata di 7 miliardi di euro per il settore dei cosmetici e dell’igiene personale. Ciò equivale al 10,6 % di tutte le vendite nel settore. In Italia, la perdita stimata per il settore dei cosmetici e dell’igiene personale è di 710 milioni di euro, pari al 9 % di tutte le vendite nel settore.

“L’Europa dipende da settori industriali come questi per la crescita e la creazione di posti di lavoro – commenta il direttore esecutivo di Euipo, Christian Archambeau – e la nostra attività di ricerca mostra come la contraffazione e la pirateria mettano a rischio la crescita e l’occupazione in tutta l’Unione Europea”.

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Virus Total include Yomi, la tecnologia italiana di Yoroi

La piattaforma di analisi malware di Google, Virus Total, include tra le sue funzionalità Yomi, la tecnologia italiana sviluppata da Yoroi, che consente la rilevazione e la gestione in sicurezza di malware informatici. Yomi è in grado di condurre un’analisi multilivello (statica, dinamica e comportamentale) sui software malevoli, e aiuta gli analisti a comprendere la dinamica dell’esecuzione del codice dannoso, risparmiando tempo e denaro.

Yomi consente a VirusTotal ad avere fino a sette sandbox integrati, oltre alle sandbox proprie di Virus Total per Windows, MacOS e Android.

La piattaforma è progettata secondo i principi della gamification, cioè come un gioco e un concorso a premi a cui tutti possono partecipare per finire nella hall of fame dei Cacciatori di virus.

Analizzare una grande varietà di tipi di file anche nei formati compressi

Yomi è in grado di “digerire” e detonare nel proprio sandbox documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script senza alcun pericolo. La detonazione avviene in maniera controllata, registrando il comportamento di ogni file potenzialmente dannoso dentro un ambiente personalizzato, progettato per sconfiggere le tecniche di evasione più avanzate. Tra le altre caratteristiche della piattaforma ci sono anche quelle di poter analizzare una grande varietà di tipi di file, “compresi i pericoli che preoccupano di più gli utenti comuni e che derivano dal trattamento di documenti Pdf, Office, Powerpoint, Word o Excel, anche nei formati compressi – sottolinea Marco Ramilli di Yoroi – e di ispezionare gli indirizzi e i domini di rete”.

Oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno

Yomi presenta inoltre funzionalità di analisi SSL per consentire ai cacciatori di malware di riconoscere le minacce nascoste che sfruttano la protezione crittografica, e permette di condividere con la comunità le proprie scoperte, rendendo possibile decidere di richiedere report privati per i campioni analizzati. I malware, riporta Askanews, rappresentano potenti strumento per il cyber crime in tutto il mondo. E con oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno sono uno dei principali tipi di minaccia che aziende e organizzazioni affrontano ogni giorno per gestire la propria attività con grande impegno di tempo, risorse e denaro, mettendo a rischio la propria reputazione e gli asset dei loro clienti.

I malware hanno sviluppato la capacità di eludere ogni rilevamento

Le minacce malware hanno sviluppato in questi anni la capacità di eludere ogni rilevamento, scavalcando le barriere di sicurezza e rimanendo in silenzio fino a scatenare il loro potenziale malevolo. In questo modo consentono ad hacker, cyber-criminali e spie di rubare segreti, dati, beni digitali e denaro compromettendo processi aziendali. E quando colpiscono le infrastrutture critiche mettono a rischio persino vite umane. Il motivo? Poterne trarre profitto, ma anche solo per divertimento.

 

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La mobilità elettrica raddoppia in Italia

Dalle circa 5.000 unità del 2017 alle circa 10.000 del 2018, nell’ultimo anno in Italia le vendite dei veicoli elettrici e ibridi sono raddoppiate: una crescita che fa ben sperare per il futuro. E come rileva il Rapporto di Fondazione Symbola in collaborazione con Enel X, negli ultimi due anni si è assistito anche a un maggior interesse per il tema dell’infrastrutturazione della rete di ricarica.

“La mobilità elettrica avrà un ruolo fondamentale per la progressiva decarbonizzazione della nostra economia. I benefici non sono solamente ambientali – spiega Francesco Starace, AD e Direttore Generale di Enel – la mobilità elettrica può rappresentare un’opportunità di sviluppo da cogliere per l’intero Paese”.

Nel mondo sono 5,3 milioni i veicoli elettrici per passeggeri o merci

Anche nel mondo la diffusione di auto elettriche cresce rapidamente. Attualmente ci sono 5,3 milioni di veicoli elettrici per passeggeri o merci (1,5 milioni nel 2016), di cui 2 milioni in Cina (+150% nel 2018 rispetto al 2017 ), e 1 milione negli Stati Uniti (+100% nell’ultimo anno). In Europa il primato è della Norvegia, dove circolano 250.000 auto elettriche a fronte di soli 5 milioni di abitanti. La crescita del mercato ha interessato però anche il settore della mobilità pubblica. Oggi circa il 20% delle flotte di bus a livello globale sono elettriche, con le città cinesi leader di questo trend, che rappresentano il 99% dello stock mondiale, riporta Askanews.

“Dotare il Paese di una rete di ricarica capillare”

Si stima che a oggi siano presenti sul territorio oltre 8.300 punti di ricarica pubblici. E a fine marzo è stato raggiunto un traguardo importante, con circa 5.700 nuovi punti di ricarica installati in tutta Italia. “Ci siamo posti l’obiettivo di dotare il Paese di una rete di ricarica capillare che permetta a chi guida un veicolo elettrico di percorrere l’Italia dalla Valle D’Aosta alla Sicilia senza paura di rimanere a piedi – afferma Francesco Venturini, Responsabile di Enel X -. Il nostro obiettivo è quello di installare circa 28.000 punti di ricarica al 2022, con un investimento complessivo fino a 300 milioni di euro”.

Nei prossimi 5-10 anni investimenti globali per circa 300 miliardi di dollari

L’ultimo Salone dell’automobile di Ginevra ha reso l’idea della quantità di modelli e soluzioni di mobilità sostenibile a zero emissioni. Secondo una ricerca di Reuters, evidenzia lo studio, gli investimenti a livello globale annunciati dalle case automobilistiche sui veicoli elettrici nei prossimi 5-10 anni ammonteranno a circa 300 miliardi di dollari. Quasi nessuna casa automobilistica manca all’appello, tutti i maggiori player mondiali stanno investendo nell’elettrico.

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Welfare aziendale, quando il programma è di successo

Sono quasi raddoppiate nel tempo record di tre anni le imprese che hanno iniziative di welfare aziendale. Lo mette in luce il Rapporto 2019 – Welfare Index Pmi, promosso da Generali Italia con la partecipazione delle maggiori confederazioni italiane (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni), che per il quarto anno ha analizzato il livello di welfare in 4.561 piccole medie imprese italiane. Se nel 2016 erano il 25,5%, nel 2018 sono salite alla quota di 45,9% le Pmi italiane attive con programmi di welfare.

Si allarga l’ambito delle iniziative

Welfare Index Pmi ha monitorato le iniziative di welfare delle imprese, di tutti i settori produttivi e di tutte le classi dimensionali in 12 aree: previdenza integrativa, sanità integrativa, servizi di assistenza, polizze assicurative, conciliazione vita-lavoro, sostegno economico, formazione, sostegno all’istruzione di figli e familiari, cultura e tempo libero, sostegno ai soggetti deboli, sicurezza e prevenzione, welfare allargato al territorio e alle comunità. Un sondaggio davvero amplio e completo, che mette in luce anche quanto le imprese abbiano incrementato l’ampiezza e la “portata” delle iniziative di welfare adottate rispetto alle 12 aree identificate dalla ricerca. Come riporta AdnKronos, “Le imprese attive, cioè con iniziative in almeno 4 aree, nel 2016 erano il 25,5%; in soli tre anni sono raddoppiate, raggiungendo il 45,9%. Ancor più significativa è la crescita delle imprese molto attive, cioè con iniziative in almeno 6 aree: sono quasi triplicate, passando dal 7,2% nel 2016 al 19,6% nel 2019. Il vero salto è avvenuto nell’ultimo anno, con una crescita delle imprese molto attive dal 14,4% al 19,6% (+36%), segno del successo della normativa e dell’iniziativa Welfare Index Pmi che ha promosso la diffusione del welfare tra le piccole e medie imprese”.

Quando il welfare è vincente

In base alle risposte censite nel Rapporto, ci sono alcune caratteristiche che fanno sì che un programma di welfare sia più o meno di successo. E’ infatti vincente se è un progetto d’impresa che parte dall’ascolto delle esigenze dei dipendenti. Dal rapporto emerge infatti che i lavoratori più “soddisfatti” sono poi quelli che hanno un impatto positivo sulla produttività aziendale. “Gli imprenditori che attivano una strategia coerente e prolungata nel tempo, per il benessere e la soddisfazione dei lavoratori e delle loro famiglie, dichiarano di avere un impatto positivo sulla produttività e anche sulla comunità. Tra le aziende aumenta la consapevolezza che benessere sociale e risultati di business crescono di pari passo”.

Non solo dei big

Il welfare aziendale, sottolinea poi il Rapporto, non è uno strumento utilizzato esclusivamente dalle grandi imprese, anzi. Certo, le aziende “big” si confermano in una posizione di vantaggio, con una quota di imprese molto attive del 71%, ben superiore a tutti gli altri segmenti. Ma nelle imprese di piccola e media dimensione la crescita è stata particolarmente veloce, e in questi tre anni la quota delle molto attive è più che raddoppiata. Nelle microimprese (meno di 10 addetti): dal 6,8% nel 2017 all’attuale 12,2%. Nelle piccole imprese (10-50 addetti): dall’11% nel 2016 al 24,8% di oggi. Nelle medie imprese (51-250 addetti): dal 20,8% nel 2016 al 45,3% di oggi, con un aumento particolarmente sostenuto nell’ultimo anno.

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Gli occhi dicono se abbiamo “capito”

Un piccolo movimento involontario degli occhi indica l’apprendimento. I segnali inviati dagli occhi sono la chiave per decodificare se una persona “ha capito”, senza bisogno che lo esprima. Il ”segreto” della comprensione è stato svelato da un dispositivo che permette di misurare dove stiamo guardando, un eye tracker, utilizzato durante uno studio del Cimec, Centro mente cervello, di Rovereto, sotto la guida dell’Università di Trento. La ricerca, pubblicata sul Journal of Vision, apre nuovi scenari nello studio dell’apprendimento, soprattutto nelle persone che potrebbero avere difficoltà nel manifestare riscontri, come soggetti autistici, con deficit fisici, ma anche nei bambini molto piccoli.

Le immagini si osservano più velocemente se presentate nelle posizioni attese

”Abbiamo mostrato più volte ai volontari una serie di immagini a destra a sinistra del campo visivo secondo alcuni schemi identificabili e prevedibili – spiega Giuseppe Notaro, primo firmatario dell’articolo -. Abbiamo osservato la velocità con cui le persone guardavano le immagini seguendo degli schemi ben precisi che potevano essere appresi”, e le immagini presentate nelle posizioni attese venivano osservate più velocemente”. Sorprendentemente, quindi, la posizione degli occhi prima che l’immagine sia presentata indica proprio dove l’immagine sarebbe attesa. In altre parole, l’occhio si muove anticipando istintivamente il movimento verso il punto dove il soggetto si aspetta che compaia l’immagine successiva.

Piccoli segnali inconsapevoli

Questo piccolo movimento dell’occhio lascia dedurre che il cervello sappia prepararsi in anticipo una volta appresa un’informazione, e permette di catturare uno stato cognitivo prima ancora di ricevere dal soggetto una reazione consueta, come una risposta a voce, un gesto del capo o un clic su un pulsante.

“La presenza di questi segnali anticipatori ci dà la possibilità di misurare la capacità di attenzione o di apprendimento con maggiore precisione – aggiunge Uri Hasson, coordinatore della ricerca -. Sono segnali piccoli e che probabilmente vengono inviati senza consapevolezza da parte del soggetto, tuttavia sono molto affidabili”.

Interessanti scenari applicativi in ambito sanitario ed educativo

Un caso estremo della ricaduta di questi risultati si ha nelle persone le cui condizioni fisiche o mentali non consentono di prestare attenzione a stimoli e a rispondere. Come bambini molto piccoli, persone autistiche o affette da deficit invalidanti (ad esempio, il morbo di Parkinson).

Lo studio ha quindi il potenziale di aprire interessanti scenari applicativi, soprattutto in ambito sanitario ed educativo, per i soggetti con deficit di attenzione e di comunicazione. Ma non solo. I risultati riportano all’origine dei meccanismi di apprendimento. Un tema di studio che desta molto interesse anche in ambiti più vicini alla nostra vita quotidiana. Basti pensare ai grandi investimenti effettuati sul web e la pubblicità per indagare le nostre opinioni e i nostri comportamenti d’acquisto basandosi sui movimenti oculari.

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Il Made in Italy vince fra i lavori più cercati su LinkedIn nel 2018

L’ultima ricerca di LinkedIn offre uno spaccato degli ambiti professionali più ricercati nel nostro Paese e delle aspirazioni dei lavoratori. E dalla classifica dei dieci annunci di lavoro (Most Viewed Jobs) che nel 2018 hanno ricevuto più candidature da parte degli oltre 12 milioni di utenti italiani emerge come i giovani siano particolarmente attratti dai grandi brand del Made in Italy. In grado, secondo loro, di offrire ambienti di lavoro stimolanti e particolarmente formativi.

In particolare, al primo posto si piazza l’offerta di uno dei marchi italiani più famosi e rispettati nel mondo, la Ferrari, al secondo la Rai e al terzo BPER Banca.

Sul podio Ferrari, Rai e BPER Banca

Nel 2018 la Ferrari era alla ricerca di un giovane ambizioso da formare come Ingegnere Meccanico (Mechanical Engineering Internship), job post seguito dalla RAI, che tra maggio e giugno cercava aspiranti Impiegati e Assistenti ai Programmi, e in terza posizione, BPER Banca, alla ricerca di Profili Junior da inserire in organico.

Un gradino sotto al podio ancora la RAI, con la posizione per Internal Audit, seguita dalle Ferrovie dello Stato, ricercatissima per una posizione di Assistente direttore dei lavori, e da Esselunga, sempre per un assistente in ambito Risorse Umane (HR Assistant).

La moda è ancora uno degli ambiti di maggiore appeal

E anche nel 2018 Gucci torna in classifica con la ricerca di Events Assistant al settimo posto, a dimostrazione di come la moda sia ancora uno degli ambiti di maggiore appeal nel nostro Paese. Questa posizione è seguita da un altro annuncio della casa del cavallino rampante (Ferrari), che al ritorno delle vacanze estive era alla ricerca di un/a Retail Marketing Specialist. Chiudono la speciale classifica due posizioni per figure professionali più formate, con lo Studio Fuksas alla ricerca di un Architetto, e BMW (unico brand non italiano nella Top 10), alla ricerca di un Area Manager.

I giovani cercano lavoro nelle grandi aziende italiane

Le posizioni entry level dei primi 8 posti della classifica dimostrano l’interesse dei lavoratori più giovani per le grandi aziende del nostro Paese. Questo, a dispetto il trend delle preferenze negli ultimi anni si sia spostato verso brand internazionali. Una realtà confermata anche da tante altre posizioni aperte nelle parti più “basse” della classifica (Top 50), con i job post di marchi italiani di rilievo, come Intesa Sanpaolo (alla ricerca di un Business Analyst, al 17° posto), Campari (Assistant Brand Manager, 19° posto), Luxottica (Creative Team: Editorial Strategist, 24° posto), Eataly (Event & Communication Manager, 27° posto) e Ferrero, con una posizione aperta di Junior Brand Manager al 29° posto.

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