La mobilità elettrica raddoppia in Italia

Dalle circa 5.000 unità del 2017 alle circa 10.000 del 2018, nell’ultimo anno in Italia le vendite dei veicoli elettrici e ibridi sono raddoppiate: una crescita che fa ben sperare per il futuro. E come rileva il Rapporto di Fondazione Symbola in collaborazione con Enel X, negli ultimi due anni si è assistito anche a un maggior interesse per il tema dell’infrastrutturazione della rete di ricarica.

“La mobilità elettrica avrà un ruolo fondamentale per la progressiva decarbonizzazione della nostra economia. I benefici non sono solamente ambientali – spiega Francesco Starace, AD e Direttore Generale di Enel – la mobilità elettrica può rappresentare un’opportunità di sviluppo da cogliere per l’intero Paese”.

Nel mondo sono 5,3 milioni i veicoli elettrici per passeggeri o merci

Anche nel mondo la diffusione di auto elettriche cresce rapidamente. Attualmente ci sono 5,3 milioni di veicoli elettrici per passeggeri o merci (1,5 milioni nel 2016), di cui 2 milioni in Cina (+150% nel 2018 rispetto al 2017 ), e 1 milione negli Stati Uniti (+100% nell’ultimo anno). In Europa il primato è della Norvegia, dove circolano 250.000 auto elettriche a fronte di soli 5 milioni di abitanti. La crescita del mercato ha interessato però anche il settore della mobilità pubblica. Oggi circa il 20% delle flotte di bus a livello globale sono elettriche, con le città cinesi leader di questo trend, che rappresentano il 99% dello stock mondiale, riporta Askanews.

“Dotare il Paese di una rete di ricarica capillare”

Si stima che a oggi siano presenti sul territorio oltre 8.300 punti di ricarica pubblici. E a fine marzo è stato raggiunto un traguardo importante, con circa 5.700 nuovi punti di ricarica installati in tutta Italia. “Ci siamo posti l’obiettivo di dotare il Paese di una rete di ricarica capillare che permetta a chi guida un veicolo elettrico di percorrere l’Italia dalla Valle D’Aosta alla Sicilia senza paura di rimanere a piedi – afferma Francesco Venturini, Responsabile di Enel X -. Il nostro obiettivo è quello di installare circa 28.000 punti di ricarica al 2022, con un investimento complessivo fino a 300 milioni di euro”.

Nei prossimi 5-10 anni investimenti globali per circa 300 miliardi di dollari

L’ultimo Salone dell’automobile di Ginevra ha reso l’idea della quantità di modelli e soluzioni di mobilità sostenibile a zero emissioni. Secondo una ricerca di Reuters, evidenzia lo studio, gli investimenti a livello globale annunciati dalle case automobilistiche sui veicoli elettrici nei prossimi 5-10 anni ammonteranno a circa 300 miliardi di dollari. Quasi nessuna casa automobilistica manca all’appello, tutti i maggiori player mondiali stanno investendo nell’elettrico.

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Welfare aziendale, quando il programma è di successo

Sono quasi raddoppiate nel tempo record di tre anni le imprese che hanno iniziative di welfare aziendale. Lo mette in luce il Rapporto 2019 – Welfare Index Pmi, promosso da Generali Italia con la partecipazione delle maggiori confederazioni italiane (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni), che per il quarto anno ha analizzato il livello di welfare in 4.561 piccole medie imprese italiane. Se nel 2016 erano il 25,5%, nel 2018 sono salite alla quota di 45,9% le Pmi italiane attive con programmi di welfare.

Si allarga l’ambito delle iniziative

Welfare Index Pmi ha monitorato le iniziative di welfare delle imprese, di tutti i settori produttivi e di tutte le classi dimensionali in 12 aree: previdenza integrativa, sanità integrativa, servizi di assistenza, polizze assicurative, conciliazione vita-lavoro, sostegno economico, formazione, sostegno all’istruzione di figli e familiari, cultura e tempo libero, sostegno ai soggetti deboli, sicurezza e prevenzione, welfare allargato al territorio e alle comunità. Un sondaggio davvero amplio e completo, che mette in luce anche quanto le imprese abbiano incrementato l’ampiezza e la “portata” delle iniziative di welfare adottate rispetto alle 12 aree identificate dalla ricerca. Come riporta AdnKronos, “Le imprese attive, cioè con iniziative in almeno 4 aree, nel 2016 erano il 25,5%; in soli tre anni sono raddoppiate, raggiungendo il 45,9%. Ancor più significativa è la crescita delle imprese molto attive, cioè con iniziative in almeno 6 aree: sono quasi triplicate, passando dal 7,2% nel 2016 al 19,6% nel 2019. Il vero salto è avvenuto nell’ultimo anno, con una crescita delle imprese molto attive dal 14,4% al 19,6% (+36%), segno del successo della normativa e dell’iniziativa Welfare Index Pmi che ha promosso la diffusione del welfare tra le piccole e medie imprese”.

Quando il welfare è vincente

In base alle risposte censite nel Rapporto, ci sono alcune caratteristiche che fanno sì che un programma di welfare sia più o meno di successo. E’ infatti vincente se è un progetto d’impresa che parte dall’ascolto delle esigenze dei dipendenti. Dal rapporto emerge infatti che i lavoratori più “soddisfatti” sono poi quelli che hanno un impatto positivo sulla produttività aziendale. “Gli imprenditori che attivano una strategia coerente e prolungata nel tempo, per il benessere e la soddisfazione dei lavoratori e delle loro famiglie, dichiarano di avere un impatto positivo sulla produttività e anche sulla comunità. Tra le aziende aumenta la consapevolezza che benessere sociale e risultati di business crescono di pari passo”.

Non solo dei big

Il welfare aziendale, sottolinea poi il Rapporto, non è uno strumento utilizzato esclusivamente dalle grandi imprese, anzi. Certo, le aziende “big” si confermano in una posizione di vantaggio, con una quota di imprese molto attive del 71%, ben superiore a tutti gli altri segmenti. Ma nelle imprese di piccola e media dimensione la crescita è stata particolarmente veloce, e in questi tre anni la quota delle molto attive è più che raddoppiata. Nelle microimprese (meno di 10 addetti): dal 6,8% nel 2017 all’attuale 12,2%. Nelle piccole imprese (10-50 addetti): dall’11% nel 2016 al 24,8% di oggi. Nelle medie imprese (51-250 addetti): dal 20,8% nel 2016 al 45,3% di oggi, con un aumento particolarmente sostenuto nell’ultimo anno.

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Gli occhi dicono se abbiamo “capito”

Un piccolo movimento involontario degli occhi indica l’apprendimento. I segnali inviati dagli occhi sono la chiave per decodificare se una persona “ha capito”, senza bisogno che lo esprima. Il ”segreto” della comprensione è stato svelato da un dispositivo che permette di misurare dove stiamo guardando, un eye tracker, utilizzato durante uno studio del Cimec, Centro mente cervello, di Rovereto, sotto la guida dell’Università di Trento. La ricerca, pubblicata sul Journal of Vision, apre nuovi scenari nello studio dell’apprendimento, soprattutto nelle persone che potrebbero avere difficoltà nel manifestare riscontri, come soggetti autistici, con deficit fisici, ma anche nei bambini molto piccoli.

Le immagini si osservano più velocemente se presentate nelle posizioni attese

”Abbiamo mostrato più volte ai volontari una serie di immagini a destra a sinistra del campo visivo secondo alcuni schemi identificabili e prevedibili – spiega Giuseppe Notaro, primo firmatario dell’articolo -. Abbiamo osservato la velocità con cui le persone guardavano le immagini seguendo degli schemi ben precisi che potevano essere appresi”, e le immagini presentate nelle posizioni attese venivano osservate più velocemente”. Sorprendentemente, quindi, la posizione degli occhi prima che l’immagine sia presentata indica proprio dove l’immagine sarebbe attesa. In altre parole, l’occhio si muove anticipando istintivamente il movimento verso il punto dove il soggetto si aspetta che compaia l’immagine successiva.

Piccoli segnali inconsapevoli

Questo piccolo movimento dell’occhio lascia dedurre che il cervello sappia prepararsi in anticipo una volta appresa un’informazione, e permette di catturare uno stato cognitivo prima ancora di ricevere dal soggetto una reazione consueta, come una risposta a voce, un gesto del capo o un clic su un pulsante.

“La presenza di questi segnali anticipatori ci dà la possibilità di misurare la capacità di attenzione o di apprendimento con maggiore precisione – aggiunge Uri Hasson, coordinatore della ricerca -. Sono segnali piccoli e che probabilmente vengono inviati senza consapevolezza da parte del soggetto, tuttavia sono molto affidabili”.

Interessanti scenari applicativi in ambito sanitario ed educativo

Un caso estremo della ricaduta di questi risultati si ha nelle persone le cui condizioni fisiche o mentali non consentono di prestare attenzione a stimoli e a rispondere. Come bambini molto piccoli, persone autistiche o affette da deficit invalidanti (ad esempio, il morbo di Parkinson).

Lo studio ha quindi il potenziale di aprire interessanti scenari applicativi, soprattutto in ambito sanitario ed educativo, per i soggetti con deficit di attenzione e di comunicazione. Ma non solo. I risultati riportano all’origine dei meccanismi di apprendimento. Un tema di studio che desta molto interesse anche in ambiti più vicini alla nostra vita quotidiana. Basti pensare ai grandi investimenti effettuati sul web e la pubblicità per indagare le nostre opinioni e i nostri comportamenti d’acquisto basandosi sui movimenti oculari.

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Il Made in Italy vince fra i lavori più cercati su LinkedIn nel 2018

L’ultima ricerca di LinkedIn offre uno spaccato degli ambiti professionali più ricercati nel nostro Paese e delle aspirazioni dei lavoratori. E dalla classifica dei dieci annunci di lavoro (Most Viewed Jobs) che nel 2018 hanno ricevuto più candidature da parte degli oltre 12 milioni di utenti italiani emerge come i giovani siano particolarmente attratti dai grandi brand del Made in Italy. In grado, secondo loro, di offrire ambienti di lavoro stimolanti e particolarmente formativi.

In particolare, al primo posto si piazza l’offerta di uno dei marchi italiani più famosi e rispettati nel mondo, la Ferrari, al secondo la Rai e al terzo BPER Banca.

Sul podio Ferrari, Rai e BPER Banca

Nel 2018 la Ferrari era alla ricerca di un giovane ambizioso da formare come Ingegnere Meccanico (Mechanical Engineering Internship), job post seguito dalla RAI, che tra maggio e giugno cercava aspiranti Impiegati e Assistenti ai Programmi, e in terza posizione, BPER Banca, alla ricerca di Profili Junior da inserire in organico.

Un gradino sotto al podio ancora la RAI, con la posizione per Internal Audit, seguita dalle Ferrovie dello Stato, ricercatissima per una posizione di Assistente direttore dei lavori, e da Esselunga, sempre per un assistente in ambito Risorse Umane (HR Assistant).

La moda è ancora uno degli ambiti di maggiore appeal

E anche nel 2018 Gucci torna in classifica con la ricerca di Events Assistant al settimo posto, a dimostrazione di come la moda sia ancora uno degli ambiti di maggiore appeal nel nostro Paese. Questa posizione è seguita da un altro annuncio della casa del cavallino rampante (Ferrari), che al ritorno delle vacanze estive era alla ricerca di un/a Retail Marketing Specialist. Chiudono la speciale classifica due posizioni per figure professionali più formate, con lo Studio Fuksas alla ricerca di un Architetto, e BMW (unico brand non italiano nella Top 10), alla ricerca di un Area Manager.

I giovani cercano lavoro nelle grandi aziende italiane

Le posizioni entry level dei primi 8 posti della classifica dimostrano l’interesse dei lavoratori più giovani per le grandi aziende del nostro Paese. Questo, a dispetto il trend delle preferenze negli ultimi anni si sia spostato verso brand internazionali. Una realtà confermata anche da tante altre posizioni aperte nelle parti più “basse” della classifica (Top 50), con i job post di marchi italiani di rilievo, come Intesa Sanpaolo (alla ricerca di un Business Analyst, al 17° posto), Campari (Assistant Brand Manager, 19° posto), Luxottica (Creative Team: Editorial Strategist, 24° posto), Eataly (Event & Communication Manager, 27° posto) e Ferrero, con una posizione aperta di Junior Brand Manager al 29° posto.

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Il futuro è senza medici, nel 2025 emergenza per pronto soccorso e pediatria

La fuga dei medici dagli ospedali italiani nel 2025 comporterà una carenza di 16.500 specialisti. Al top delle specialità più sofferenti ci sono Medicina d’emergenza-urgenza e Pediatria per cui le stime indicano un ammanco rispettivamente di 4.180 e 3.323 dottori.

A lanciare l’allarme è uno studio dell’Anaao Assomed, che punta il dito sia sulla mancanza di specialisti all’interno del Ssn, e sull’accelerazione del loro pensionamento. Secondo il sindacato medico italiano si tratta di una situazione che sta assumendo “i contorni di una vera emergenza nazionale, cui vanno posti correttivi rapidi e adeguati per evitare il collasso del sistema”.

La classifica delle specialità che resteranno scoperte

Incrociando la proiezione del numero di specialisti che potrebbero uscire dalle scuole universitarie nei prossimi otto anni con una previsione dei possibili pensionamenti di medici attivi nel Ssn l’Anaao stima che solo il 75% degli specialisti formati sceglie di lavorare per il Ssn. Dall’analisi risulta che la gran parte delle discipline andranno in deficit di specialisti, riporta Adnkronos, ma per alcune la carenza sarà drammatica. Dopo Medicina d’emergenza e Pediatria, a soffrire di più saranno Medicina interna (-1828 specialisti nel 2025), Anestesia e rianimazione (-1395), Chirurgia generale (-1274), Psichiatria (-932), Malattie dell’apparato cardiovascolare (-709), Ginecologia e ostetricia (-644), Radiodiagnostica (-604), Ortopedia e traumatologia (-409).

Blocco del turnover e carenza negli organici

“Gli organici dei reparti ospedalieri e dei servizi territoriali negli anni precedenti al 2018 – sottolinea il sindacato – hanno già sofferto il mancato turnover conseguente al vincolo nazionale della spesa per il personale a partire dal 2007”. Le nuove carenze andranno a quindi incidere su una condizione organizzativa già fortemente degradata: il blocco del turnover, introdotto con la Legge n.296 del 2006, ha determinato un vuoto nelle dotazioni organiche di circa 10 mila medici, e quindici milioni di ore di straordinario non pagate.

“I piani di lavoro, i turni di guardia e di reperibilità vengono coperti con crescenti difficoltà e una volta occupate le varie caselle si incrociano le dita sperando che nessuno si ammali -si legge nel report – buttando all’aria il complicato puzzle che bisogna comporre ogni mese”.

Incrementare il finanziamento per le assunzioni e i contratti annuali

Non basta però “sbloccare il turnover, ma incrementare anche il finanziamento per le assunzioni e attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell’ultimo decennio”, aggiunge l’Anaao.

Per quanto riguarda la formazione post laurea, oltre a incrementare di almeno 9.500/10.000 i contratti annuali “è arrivato il momento di una riforma globale passando a un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento – puntualizza il sindacato – in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l’immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del Ssn”.

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Manager italiani: aperti, decisori e comunicatori

Quali sono le caratteristiche dei manager italiani? Da uno studio sul management efficace e responsabile risulta che i “nostri” manager sono aperti, capaci di prendere decisioni e in grado di comunicare efficacemente. Lo studio dal titolo Bravi Manager Bravi, è stato realizzato da The European House – Ambrosetti per Federmanager, e ha coinvolto tramite survey online 1.631 manager iscritti a Federmanager. La survey comprendeva 120 domande su 4 filoni di indagine, quali le skills readiness for business, ovvero le competenze comportamentali e cognitive, i driver motivazionali, i valori etici e il posizionamento del management italiano su alcune questioni di attualità.

Il podio dei comportamenti virtuosi

Essere aperti a idee e proposte, indipendentemente dalla posizione gerarchica di chi le offre è considerato il comportamento manageriale più importante, e anche il più adottato dalla maggioranza dei manager intervistati (punteggio di 8.6 assegnato dal top management e di 8.4 dal middle management). Al secondo posto, la capacità di Prendere decisioni concrete e veloci , che vale 8.3 punti per i top manager e 8.1 per i middle manager.

Terzo classificato, la comunicazione, una competenza rappresentata dal cluster “Con onestà intellettuale comunico aspetti positivi e rischi delle scelte”, che ha ottenuto il punteggio di 8.1 per i top e di 8.0 per i middle.

Le macro aree di competenza

Considerando tutti i comportamenti mappati, riferisce Adnkronos, ne esce una fotografia del management italiano rappresentata da macro-aree di competenza. La prima macro-area, per importanza e adozione, è l’eccellenza operativa, definita come capacità di snellire i processi e l’organizzazione per dare risposte veloci ai cambiamenti, facendosi carico della complessità e rilasciando semplicità. Al secondo posto, l’imprenditorialità, che si esprime nella decisionalità tempestiva, e che riflette la forte iniziativa personale, ovvero lo stile imprenditoriale del manager italiano. Terza, la gestione della trasformazione digitale. Anche se la rivoluzione digitale è ormai manifesta nel mondo del lavoro, i manager italiani continuano a essere “uomini del fare”, orientati all’eccellenza operativa e all’imprenditorialità più che alla gestione di questa trasformazione.

I 10 consigli per un management al top

Lo studio propone ai manager dieci indicazioni. Innanzitutto, il capitale intellettuale non basta, va sviluppato il capitale sociale. E poi le competenze vanno ricercate in prossimità delle direttrici fondamentali della conduzione strategica del business (2°). La sfida è quella di trasformare le potenzialità dei singoli in risultati collettivi ripetuti nel tempo (3°, routine di successo).

Quarto: fare ricerche sulla propria organizzazione per offrire dati al top management che facilitino la presa di decisione, 5°, diffondere la leadership per non dipendere da un leader, 6°, non patrocinare corsi evento, ma organizzare percorsi di sviluppo, 7°, investire sul middle management, 8°, spingere l’innovazione, 9°, operare con un’ottica di benchmark assidua, curiosa e originale, 10°, scovare le aziende eccellenti a cui ispirarsi.

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Donne e ragazzi puntano sul franchising

In Italia il franchising è una formula che appare in buona salute e soprattutto in rapida espansione. Lo dicono i numeri. Secondo i dati del Rapporto Assofranchising 2018, nel 2017 i franchisee di età compresa tra i 36 e i 45 anni sono più di 26.000 e rappresentano oltre il 64% del totale, seguiti da imprenditori ancora più giovani, compresi fra i 25 e 35 anni di età, il 24,6% del totale. Un mondo giovane e per i giovani dunque, reso ancora più allettante dalle ragionevoli richieste di investimento per avviare la propria attività che in alcuni casi non superano i 10.000 euro. Ecco perché questa tipologia di affiliazione piace e conquista nuovi spazi.

Il franchising è un mondo femminile

Ma il franchising è anche un settore dove le donne scommettono sempre di più: il franchising al femminile, infatti, vede coinvolte in Italia più di 11.500 imprenditrici. Un numero importante, se si considera che sul totale dei licenziatari le signore incidono per il 35,6%. “In un Paese come l’Italia dove giovani e donne sono spesso sinonimo di precarietà occupazionale – afferma Italo Bussoli, Presidente di Assofranchising – rilevare che in un settore non solo c’è molto spazio, ma anche notevole capacità imprenditoriale, è davvero importante se non addirittura in controtendenza. Da un rapido sguardo ai dati di settore del 2017, si può notare come l’età media di un franchisee sia notevolmente più bassa rispetto all’immaginario che si ha dell’imprenditoria italiana. Questo perché l’affiliazione è un sistema in grado di dare sicurezza: chi non ha mai avuto alcuna esperienza imprenditoriale, può lanciarsi in un settore totalmente nuovo, con la certezza di essere seguito da professionisti affermati, in grado di trasmettere know-how di valore”.

In pole position il settore dell’abbigliamento

Tra i diversi settori in cui operano le imprese in franchising, appare in vistosa crescita il comparto abbigliamento-accessori per bambini con 1.156 punti vendita in franchising. Subito alle spalle segue a ruota il comparto della GDO Food, con 1.139 negozi, e dell’abbigliamento uomo-donna con 924 esercizi. Per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 36-45 anni il business trainante sembra esser quello delle agenzie e dei servizi immobiliari, seguito anche in questo caso dalla GDO food e dall’abbigliamento per uomo e donna. Sognatori e giramondo, invece, i giovanissimi baby imprenditori dai 25 ai 35 anni, che scelgono le categorie dei viaggi e del turismo, gli accessori moda e il benessere della persona aprendo palestre, centri estetici e parrucchieri.

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Netflix consuma il 15% di tutto il traffico web

Netflix consuma più “Internet” al mondo. Lo afferma un rapporto della compagnia specializzata Sandvine: nelle ore di picco nel continente americano il servizio di streaming arriva a occupare addirittura il 40% del traffico web, e a livello globale il 15%. Netflix supera quindi gli streaming, che occupano il 13,1% di banda, YouTube l’11,4%, la semplice navigazione il 7,8%, e gli streaming musicali il 4,4%.

“Il dominio è ancora più impressionante – sottolinea il rapporto della compagnia canadese – se si considera che la compressione video di Netflix è la più efficiente di qualsiasi altro provider di video in rete. In altre parole la sua fetta sarebbe ancora più larga se gli algoritmi di compressione fossero meno efficaci”.

Nell’area Emea però prevale ancora YouTube

Il primato della sempre più usata piattaforma di distribuzione di film, serie e intrattenimento, è dovuto principalmente ai risultati nel continente americano, mentre nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) a dominare la banda è ancora YouTube, con il 30% del traffico. Netflix però gli sta dietro, e precede la piattaforma di musica e video attestandosi a un 23%. Ancora diversa la classifica dell’area Asia-Pacifico, in cui prevalgono gli streaming online e i video di Facebook, riporta Ansa.

Oltre metà del traffico Internet (57%) è dovuto ai video

Oltre metà del traffico internet globale, esattamente il 57%, è dovuto proprio ai video, mentre i browser web contano per il 17%, e i giochi online per l’8%. Fra i dati segnalati dal rapporto viene sottolineata inoltre una risalita dei servizi di file sharing, che consumano il 3% della banda. E la causa di questo aumento, scrive sul blog di Sandvine Cam Cullen, uno degli autori del rapporto, è proprio la crescita dei servizi di streaming come Netflix o Amazon Prime.

“Avere accesso a tutti i servizi diventa troppo costoso, meglio piratare”

La crescita dei servizi di file sharing riguarda soprattutto le aree geografiche di Europa e Medio Oriente, con BitTorrent che rimane l’applicazione più usata. Ma esiste il rischio concreto che il fenomeno della pirateria informatica possa aumentare considerevolmente, perché i servizi di file sharing sono i preferiti proprio da chi si dedica al furto di contenuti.

Il motivo è presto detto. “Sempre più fonti stanno producendo contenuti esclusivi, si pensi a Game of Thrones su HBo, House of Cards su Netflix e Jack Ryan su Amazon – aggiune Cam Cullen -. Avere accesso a tutti i servizi diventa molto costoso per i consumatori”, che quindi si abbonano a uno o due servizi, e scelgono di “piratare” il resto.

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Allarme cyber sicurezza: arrivano le finte app per ingannare gli utenti iOS

Un cyber attacco che manipola le impostazioni relative ai limiti di età sugli iPhone aziendali. L’obiettivo? Accedere ai dati dell’utente. In particolare, la modalità con cui agisce il nuovo malware è quella di nascondere le versioni originali e sicure di applicazioni di comune utilizzo, come ad esempio WhatsApp, per costringere l’utente, in questo caso si tratta di utenti aziendali, a installarne altre infette.

L’allarme arriva dagli esperti di Talos, il centro di ricerca per l’intelligence e la cyber security di Cisco, la multinazionale di IT statunitense. I ricercatori di Talos hanno infatti osservato il pericoloso “trucco” in un recente attacco mirato contro una dozzina di utenti che utilizzano il sistema operativo mobile di Apple.

Versioni compromesse di WhatsApp, Telegram, Imo e del browser Safari

I dispositivi in questione erano stati registrati su una falsa piattaforma Mdm (Mobile device management), uno strumento per la distribuzione di app su dispositivi aziendali. La falsa Mdm aveva quindi installato versioni compromesse di varie applicazioni, come WhatsApp, Telegram, Imo e del browser Safari.

Per fare ciò, gli aggressori hanno utilizzato l’opzione Restrizioni nelle Impostazioni presente sui dispositivi iOS, In pratica, hanno manipolato il parental control, la funzionalità rivolta ai genitori che consente loro di limitare l’accesso ad app specifiche, o di bloccarle, in base all’età dei loro figli.

Le finte app restano invisibili finché le restrizioni sono attivate

 

In ogni caso, la seconda parte dell’attacco consisteva appunto nel nascondere le app reali per costringere le vittime a utilizzare l’applicazione “trappola”. Con la mossa di utilizzare il blocco parentale, le finte app installate sul dispositivo restano infatti invisibili finché le restrizioni sono attivate, non permettendo quindi all’utente di vederle.

In assenza delle classiche applicazioni bloccate l’utente ignaro perciò installa, e utilizza, l’app falsa cadendo nel tranello dei cybercriminali, riferisce Askanews.

Spywere che raccolgono messaggi nelle chat, siti visitati, posizione, contatti e foto archiviate

In pratica le false app erano spyware, un software che raccoglie informazioni riguardanti l’attività online di un utente. Si tratta di un tipo di minaccia in grado di raccogliere dai messaggi nelle chat agli indirizzi dei siti visitati, nonché altri dettagli del dispositivo come la posizione, i contatti e anche le foto archiviate.

I ricercatori di Talos non hanno però ancora chiarito in che modo i dispositivi siano stati infettati, se, ad esempio, attraverso un accesso fisico, o con tecniche di ingegneria sociale.

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Lo stile di vita del maschio italiano sta cambiando. In meglio

A differenza dei loro padri e nonni oggi gli uomini sono molto più attenti alla cura del benessere, tanto da aver migliorato le proprie abitudini alimentari. Sembra infatti che  negli ultimi cinque anni abbiano modificato le propria dieta consumando una maggiore quantità di cibi proteici salutari, come carni bianche (pollo e tacchino), pesce e legumi.

Un’indagine condotta da Doxa/Unaitalia su un campione di uomini dai 20 ai 54 anni ha scoperto che oggi i modelli alimentari sono completamente diversi da quelli delle generazioni precedenti, e che tra uomini e donne  non ci sono più differenze a tavola. Anzi, sembra che siano proprio gli uomini a controllare di più quello che mangiano.

Il 70% degli uomini fa la spesa

Secondo la ricerca il 3% degli uomini italiani pensa che non ci siano differenze tra il loro stile di vita e quello delle generazioni precedenti.  Al contrario, l’indagine dichiara che le differenze ci sono eccome, ed emergono soprattutto nelle abitudini domestiche. Oggi 7 uomini su 10 affermano di fare la spesa e di occuparsi degli acquisti della casa, e il 66% ammette di curare maggiormente la propria alimentazione e il proprio benessere.

Oltre il 90% degli uomini italiani, poi, si dedica alla cucina, e solo l’8% dichiara di non farlo mai. Quasi tutti lo fanno per il piacere di farlo, per sé stessi e i propri familiari. E, sempre secondo il sondaggio, il 41% afferma di cucinare sempre, il 47% qualche volta, e solo il 4% dichiara di cucinare solo quando deve.

Cucinare è un piacere 

Cucinare sembra essere una necessità solo per il 28% del campione, ma per quasi tutti gli altri è un piacere. Il 27% di loro lo fa per divertimento, per un altro 25% cucinare è rilassante, mentre per il 15% è una vera e propria passione, riferisce Askanews.

Oggi inoltre gli uomini sono più attenti al proprio regime alimentare. Se il 50% di loro dichiara di curare l’alimentazione, ma senza eccessiva preoccupazione, più di uno su tre (il 36%) si definisce una buona forchetta, e afferma di avere un atteggiamento disinvolto a tavola.

Uomini e donne, nessuna differenza a tavola

Se comparati con i risultati del sondaggio precedente, l’indagine Doxa/Unaitalia del 2017 sulle abitudini alimentari femminili, l’indagine ‘al maschile’ rivela che tra  uomini e  donne italiane non c’è più differenza sull’attenzione rivolta all’alimentazione. La stessa percentuale (3%) ammette di seguire una dieta, mentre il 51% degli uomini (il 50% delle donne) si dice attento ma senza troppa ansia.

Al contrario di ogni stereotipo, l’11% dei maschi, rispetto al 4% delle donne, dichiara di curare l’alimentazione e di controllare cosa mangia. Sono infatti  più le donne (il 42% contro il 36% degli uomini) ad affermare di lasciarsi andare a tavola.

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